Che cosa ci dice la Brexit

Torno sull’argomento Brexit, dopo il post a caldo dell’altro giorno. Lo premetto: a me dispiace che la Gran Bretagna abbia deciso di uscire dall’Unione Europea. Considero questo fatto estremamente negativo per il processo di integrazione e foriero di possibili sviluppi molto negativi. Ma accetto che il popolo inglese la possa pensare diversamente da me e auspico che l’uscita formale del Regno Unito sia fatta nel tempo più breve possibile allo scopo di limitare i danni che potrebbero derivare da una trattativa infinita. In politica il quadro cambia in continuazione e non è detto che la Gran Bretagna possa aderire nuovamente in un futuro anche prossimo. Ma quello che dobbiamo evitare, in questa fase, per molti versi difficile e complessa, è l’incertezza.

Il mio non può essere altro che un auspicio e credo che nessuno possa fare previsioni su come andrà a finire., Una considerazione, però, voglio farla. L’intera vicenda sta dimostrando l’inconsistenza, sotto tutti i punti di vista, della classe dirigente, sia politica che economica, europea. È mai possibile che nessuno abbia predisposto un piano, un’idea, una soluzione per l’eventualità della vittoria del “Leave”? La sensazione è che tutti stiano improvvisando.

Nel suo editoriale sul Fatto Quotidiano del 28 giugno (titolo “The Fox“), Marco Travaglio ricordava che lo storico Carlo M. Cipolla era solito dividere l’umanità in quattro categorie:

  1. gli intelligenti, che avvantaggiano sia se stessi sia gli altri;
  2. gli sprovveduti, che danneggiano se stessi e avvantaggiano gli altri;
  3. banditi, che danneggiano gli altri per avvantaggiare se stessi;
  4. gli stupidi, che danneggiano sia gli altri che se stessi. E quindi sono i più pericolosi di tutti.

Aggiungo io che spesso (per non dire sempre o quasi sempre), gli stupidi sono anche i più pieni di se stessi, quelli che nutrono convinzioni profonde e immutabili e che riempiono la loro ignoranza di parole forbite e frasi fatte. Ecco qui che il ritratto di quasi tutta la classe politica europea è completato. E non serve fare nomi.

Gli stupidi, poi, generalmente tendono a confrontarsi con i propri pari, e così si circondano di altri stupidi eletti a consiglieri. È mai possibile che nessuno – dico nessuno – abbia tentato di dissuadere Cameron dalla scelta che stava per compiere? Scelta che ha implicazioni sulla vita di milioni di persone anche al di fuori della Gran Bretagna. In fine dei conti, chi può dolersi della fine della carriera politica di Cameron? Forse lui stesso, i suoi parenti e i suoi amici: non più di qualche migliaio di persone.

La categoria degli stupidi (sempre secondo la classificazione di Cipolla), è ovvio, non è monopolio dei soli politici: ci sono anche rappresentanti di altre professioni, fra cui molti giornalisti. È vero: il mestiere di scrivere per i giornali richiede quasi sempre una notevole semplificazione della spiegazione dei fatti. Ma c’è un limite. Non è infatti possibile che il risultato del referendum britannico venga spiegato esclusivamente con la divisione fra giovani, colti, cosmopoliti contro vecchi, ignoranti e provinciali. Non ha senso, la realtà è assai più articolata ed è (secondo me e a mia volta semplificando) che, quando l’Unione Europea viene spiegata e percepita come una comunità di interessi, ognuno guarda al suo tornaconto. Se l’agricoltore della profonda brughiera inglese ha votato “Leave” lo ha fatto perché non vede prospettive nella politica di austerità praticata dall’Unione. E il suo voto, così come le sue ragioni, hanno lo stesso peso di quelle dello studente di Cambridge o Oxford che ha paura di non poter partire per l’Erasmus. Naturalmente, chi non la pensa come la esimia penna che scrive queste banalità, è un populista.

Qualcuno si è spinto a dire che su argomenti di tale rilevanza politica non è opportuno fare il referendum. E allora, di grazia, su quali temi si dovrebbe andare a referendum? Sul numero di uova da vendere in una confezione venduta in latteria? Ci siamo forse scordati che se siamo una Repubblica lo dobbiamo proprio a un referendum, fra l’altro fatto in circostanze assai più difficili di quelle odierne? O ci siamo dimenticati del fatto che se nel nostro Paese possiamo divorziare lo si deve alla volontà popolare che ha saputo contrastare il tentativo reazionario di alcune forze parlamentari? Oppure, e qui il dubbio si insinua strisciante, il referendum è uno strumento di provata democrazia solo quando si vince (e qui Renzi dovrebbe stare attento, visto quello che potrà succedere a ottobre con il referendum costituzionale, che lui ha trasformato in plebiscito sulla sua persona)? In fin dei conti, uno degli aspetti principali della democrazia consiste proprio nella possibilità di cambiare e di correggere le decisioni di chi abbiamo delegato (provvisoriamente, ricordatevelo) a decidere al nostro posto e, se vogliamo vivere in un Paese democratico, dobbiamo rispettarne le regole. Anche – e forse soprattutto – quando i risultati non sono quelli che ci attendevamo.

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