Non sempre left vuol dire sinistra

La notte del 23 giugno siamo andati a dormire con i siti Internet che annunciavano la probabile vittoria del “Remain” al referendum britannico sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’Unione Europea. Ci siamo svegliati la mattina dopo con la constatazione che i sondaggi avevano sbagliato e che aveva vinto il “Leave”.

La vicenda è estremamente complessa e, per cercare di dipanarla, ho cercato aiuto nel blog di Pierluigi Fagan (Complessità, per l’appunto): l’articolo è BABEL-EXIT. Ovvero farsi “una” idea sulla Brexit. Mi ha colpito la frase iniziale:

Una delle principali caratteristiche dell’Era complessa è che affrontando fatti unitari da molti punti di vista reciprocamente escludenti, si crea un enorme caleidoscopio di opinioni e giudizi frammentati,

e così ho deciso di buttarmi in questo caleidoscopio di opinioni e giudizi frammentati, a partire da quello che hanno dichiarato alcuni dei leader europei di sinistra (Le dichiarazioni di Tsipras, Igliesias e Mélenchon su Brexit, Sinistra in Europa) con i quali concordo sulla necessità di dare una svolta alla politica europea, perché di un’Europa che non sia solidale, aperta e inclusiva francamente non so che farmene, visto che non sono particolarmente interessato a esperimenti di ingegneria istituzionale fini a se stessi. Ne deriva quasi automaticamente che il voto britannico non sia un voto contro l’Europa in generale, ma contro “questa” Europa in particolare e che la necessità urgente sia quella di riformare l’Unione, a partire da una riscrittura dei trattati.

Dubito però che l’attuale classe politica europea sia in grado di farlo, vittima della propria incapacità di elaborare idee e della propria autoreferenzialità. Anzi, più ci penso e più mi convinco che David Cameron, più che da governante si sia comportato come un giocatore, un gambler dilettante che ha alzato la posta senza avere in mano carte sufficienti, senza conoscere il suo popolo e nemmeno le regole del gioco. Ha deciso di ricorrere al referendum e chiamare i britannici al plebiscito in suo favore e ha perso, giocandosi la carriera politica (risultato questo sicuramente apprezzabile), ma creando potenziali danni anche ai cittadini di altri paesi. Ora dovrebbe liberare l’appartamento del numero 10 di Downing Street, ma si è preso tre mesi di tempo per preparare il proprio successore al negoziato con l’Unione Europea (se ci sarà, perché la reazione degli altri paesi europei è a oggi del tutto imprevedibile). Purtroppo non ci sono norme di legge che lo condannino a qualche pena esemplare e potrà continuare a fare danni a piede libero. Per il momento, grazie Cameron per esserti giocato a testa o croce i nostri destini…

Una considerazione a margine va fatta sul sistema elettorale britannico. Leggendo la stampa inglese ci si accorge che molti elettori si sono pentiti del voto espresso. Alcuni hanno votato “Leave” pensando che il loro voto fosse ininfluente come quello normalmente espresso alle elezioni per il rinnovo del Parlamento. Sembrerebbe assurdo, ma in realtà non lo è: il sistema adottato in Gran Bretagna è il maggioritario puro. Questo sistema favorisce i due grandi partiti a discapito di tutti gli altri e chi vive in una contea tradizionalmente conservatrice assai difficilmente potrà eleggere un candidato di altra parte. Chi non si conforma alla maggioranza degli elettori è portato a ritenere che il proprio voto non abbia alcun peso e quindi è portato a dargli puro valore testimoniale. Questa attitudine può aver inciso sul risultato del referendum, dove sono confluite valutazioni di carattere politico interno, del tipo: votare “Leave” per mandare un segnale di insoddisfazione nei confronti della politica portata avanti da Cameron (ad es. “Protest voters ‘quite worried’ as they regret backing Brexit” di Karl McDonald su i-News; “The British are franctically Googling what the E.U. is, hours after voting to leave it” di Brian Fung sul Washington Post), ragioni ideologiche, ribellione nei confronti di una Unione Europea sempre più distante dai reali bisogni della gente e quant’altro.

Ma in un paese che prende la democrazia seriamente, il risultato di un referendum deve venir rispettato. La politica dovrà trarne le debite conseguenze e adeguare la propria azione alla volontà popolare e indipendentemente dalle proprie valutazioni personali. Ne va del rapporto fiduciario fra governati e governanti, base dei sistemi di rappresentanza. Non credo che si possa ipotizzare una ripetizione della consultazione, a meno che non intervengano fatti nuovi e ciò nonostante i milioni di firme raccolti.

Ma come possiamo valutare questo voto, almeno per quanto riguarda la classica divisione fra destra e sinistra? Di sicuro è un voto che ha una forte connotazione di destra. Fra i sostenitori dell’opzione “Leave” ci sono parte dei conservatori, ma soprattutto i membri e gli elettori dell’Ukip di Nigel Farage, ultranazionalisti. Ma c’è anche parte della sinistra britannica, a partire da una componente significativa del Labour Party, fra cui il Socialist Workers Party, il Partito comunista, il sindacato RMT (ferrovie e trasporti). Secondo queste organizzazioni, la Brexit indebolirebbe il capitale e determinerebbe quindi migliori condizioni per la lotta di classe e le rivendicazioni salariali. Allo stesso Jeremy Corbin è stato rimproverato di avere un atteggiamento poco incisivo a favore del “Remain”, segno di qualche dubbio nella mente del leader laburista?

La questione se si possa uscire o meno dall’Unione Europea (così come quella dell’abbandono dell’euro) da sinistra e perché ciò non sia possibile merita un’analisi più approfondita, che prima o poi dovrò decidermi ad affrontare.

Ho necessariamente dovuto semplificare il quadro, perché è tutto fuor che lineare, specie per quanto riguarda le decisioni che verranno prese dagli altri paesi. Intanto sono da apprezzare le dimissioni del commissario europeo inglese Jonathan Hill, che aveva la delega ai servizi finanziari e che ha evidentemente ritenuto incompatibile il suo ruolo con l’uscita dall’Europa del suo paese. Lo stesso dovrebbero fare i parlamentari europei inglesi, se si applicasse lo stesso criterio di valutazione. ma dubito che in questo caso la decisione sia così immediata.

La situazione è intricatissima e accelera il processo di dissolvimento dell’Unione Europea, processo secondo alcuni commentatori irreversibile stanti queste condizioni. Se anche i cittadini di altri paesi venissero chiamati al referendum sulla permanenza nell’Unione Europea assisteremmo a una probabile riproposizione del risultato britannico. Anzi, un’ulteriore aggravante del referendum inglese è che amplifica le richieste delle varie forze politiche che pretenderebbero la consultazione dei cittadini, non solo da noi, ma in quasi tutti i paesi dell’Unione.

Da questa situazione catastrofica si può uscire solo con un nuovo patto, una vera e propria rifondazione dell’Europa. Concordo con quanto sostenuto da Guido Viale, L’Unione prigioniera dei suoi mali, Il Manifesto, 26 giugno 2016 anche se, come ho detto sopra, dubito che questa classe politica sia in grado anche solo di pensare a un mondo diverso. Ma l’autocritica è una categoria assai poco praticata alle nostre latitudini e longitudini.

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