I referendum sociali al nastro di partenza

Domani, sabato 9 aprile, inizierà la raccolta delle 500.000 firme necessarie perché vengano indetti i referendum cosiddetti “sociali”. Si tratta di uno sforzo enorme che richiederà il lavoro di moltissime persone, ma è un lavoro necessario per impedire l’opera di devastazione del settore pubblico, la cancellazione di un sistema scolastico che, pur fra mille difficoltà e contraddizioni, ha finora garantito la parità di accesso a tutti e un cambiamento di rotta in ambito di tutela ambientale.

Inoltre, da un certo punto di vista si tratta di fare – almeno in parte – giustizia del referendum tradito del 2011. Uno dei quesiti che allora ottennero il quorum e stravinsero con oltre il 90% di SI per l’abrogazione della vigente legge era quello per il mantenimento dei servizi pubblici locali sotto l’egida dei Comuni o degli altri Enti di amministrazione periferica. La volontà popolare venne tradita, perché nessuno fermò il processo di privatizzazione e, ora, si tratta di cercare di invertire la tendenza.

I quesiti sull’ambiente sono in stretto collegamento con quanto andremo a votare il 17 aprile. Questo primo referendum, in caso di vittoria, impedirebbe solamente il rinnovo delle concessioni per l’estrazione di petrolio o gas naturale dai fondali marini a conclusione delle stesse. Il referendum per il quale verranno raccolte le firme sarà invece molto più “categorico”: prevede infatti l’opzione “trivelle zero”, ovvero la sospensione immediata e definitiva di ogni attività di estrazione, sia in mare che a terra.

L’istituto del referendum, seppure penalizzato dall’uso che forse impropriamente se n’è fatto nel passato, è uno strumento democratico; l’unico che, in assenza di una rappresentatività parlamentare reale, può garantire al popolo sovrano (articolo 1 della Costituzione: “la sovranità appartiene al popolo”) di esprimere la propria volontà. Non firmarne la richiesta – e astenersi al momento della votazione – è un atto contro la democrazia, ancora più grave di quello di non votare alle elezioni. In quest’ultimo caso si lascia che altri decidano in nome e per conto nostro, mentre impedire che un referendum possa essere effettuato significa negare a tutti gli alti, e non solo a noi stessi,la facoltà di esprimere il proprio parere.

Ieri ho tentato di dimostrare come tutti i quesiti sono fra loro collegati e che quella che dobbiamo dare, mettendocela tutta, è una risposta a una visione politica antiquata, antipopolare, a favore di pochi e a detrimento di molti. Non è una battaglia contro un governo in particolare, perché il governo di Renzi è solo l’ultimo di una serie di governi ispirati dal pensiero unico neoliberista, secondo il quale ogni singolo angolo del pianeta, ogni fenomeno sociale e individuale, ogni individuo va sfruttato per trarne il massimo del profitto possibile.

Updated: 8 aprile 2016 — 23:13

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