Falsità e verità sul referendum del 17 aprile

Dopo aver accumulato una serie di informazioni in merito al tema che sarà oggetto di voto il 17 aprile, è necessario fare un po’ di sintesi e, soprattutto, tentare di sgomberare il campo da una serie di inesattezze che sono state dette principalmente sugli organi di stampa allineati al governo. Non ho la pretesa della completezza perché, sebbene abbia letto molto, non ho certamente potuto leggere tutto. Inoltre, non avendo competenze in materia di ambiente, mi limiterò a valutazioni di ordine economico e politico.

Iniziamo con il tema della ventilata perdita di posti di lavoro. È assolutamente falso ventilare l’ipotesi di migliaia di licenziamenti1. Innanzitutto perché le concessioni in essere potranno proseguire fino al termine delle concessioni stesse, per cui chi lavora sulle piattaforme potrà continuare a farlo ancora per anni. In secondo luogo, nuove concessioni erano già state espressamente vietate dai provvedimenti governativi presi proprio nel tentativo di scongiurare il referendum. In terzo luogo, perché l’attività di ricerca ed estrazione di petrolio e gas potrà continuare al di fuori delle acque territoriali italiane, ovvero oltre le 12 miglia marine.

Seconda questione: l’estrazione di petrolio dai nostri mari è utile per ridurre la dipendenza del nostro paese dalle forniture estere. Anche questo è falso per almeno due buone ragioni:

  1. buona parte del nostro fabbisogno energetico è garantita da energia prodotta con fonti rinnovabili. L’Italia è, a questo proposito, un paese virtuoso;
  2. le quantità di petrolio e gas naturale che provengono dai nostri mari, in rapporto al fabbisogno nazionale, sono estremamente limitate (vedi sotto per qualche dato).

A corollario di queste affermazioni, i sostenitori del no prospettano un quadro quasi apocalittico di aumento del traffico di petroliere nei nostri porti. A prescindere dal fatto che, in ogni caso, anche il petrolio estratto nel Mediterraneo andrebbe trasportato con queste navi, e quindi il numero delle stesse non aumenterebbe né diminuirebbe, va considerato che il gas metano viaggia mediante gasdotti, salvo casi rarissimi in cui viene trasportato, in forma liquida, mediante navi gasiere.

Trivelle-dItalia-1

Mappa delle trivelle in Italia
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Qui è necessario capire di cosa stiamo parlando, perché l’ordine di grandezza dei fenomeni è importante. Stiamo parlando di diciassette concessioni (con un numero variabile di piattaforme, pozzi e permessi di ricerca) da cui si estrae lo 0.8% dei consumi nazionali di petrolio e il 2,1% dei consumi di gas. Quantità quasi irrilevanti, cui si potrebbe ovviare facilmente modificando anche solo parzialmente gli stili di vita o ricorrendo in modo più consistente a fonti non fossili. Ed è anche necessario comprendere che, vista la politica seguita dai nostri governanti, votare sì non comporta una consistente diminuzione di entrate per lo Stato. La maggior parte dei paesi chiede agli estrattori di petrolio royalties non inferiori al 30%, mentre l’Italia le chiede al massimo del 7% ma, adottando un sistema di franchigie, rende conveniente la limitazione del quantitativo di idrocarburo estratto. Per i trivellatori diventa conveniente, date queste condizioni, ottenere concessioni di lungo periodo e rinnovi automatici delle stesse (per un maggiore dettaglio v. il sito del Ministero dello Sviluppo Economico). La logica delle royalties è la seguente: i beni presenti nel sottosuolo del territorio nazionale sono beni indivisibili, cioè sono di proprietà pubblica. Gli stati che intendono consentirne lo sfruttamento chiedono ai privati che ne usufruiscono il pagamento di una quota della produzione a titolo di rimborso della comunità2.

Infine, a sostegno dell’inutilità del referendum, i “signori” del petrolio fanno notare come, da quando è stata annunciata la consultazione, siano aumentate le rinunce allo sfruttamento delle concessioni. Anche in questo caso siamo di fronte a una mistificazione, perché questa rinuncia appare motivata da ben altro, a cominciare dal crollo del prezzo del petrolio, che rende assai difficile, se non impossibile, la remunerazione degli investimenti necessari alla realizzazione di una piattaforma.

Occorre anche rilevare come questo referendum, che per certi versi appare diverso dalle altre campagne che abbiamo affrontato nel corso degli anni (con il suo iter inusuale per la prassi italiana, visto che è stato chiesto dalle Regioni, e per il suo apparente tecnicismo che lo fa sembrare argomento per addetti ai lavori), sia in realtà un referendum estremamente politico. E lo è per la genesi della questione in merito alla quale il popolo sovrano è chiamato a decidere.

Su un argomento di estrema importanza come quello dell’accesso alle risorse energetiche, l’organo deputato a definire una strategia, nel nostro ordinamento costituzionale, dovrebbe essere il Parlamento, mentre al governo spetterebbe soltanto la predisposizione degli strumenti attuativi per realizzare quanto stabilito dai rappresentanti del popolo. Così non è stato. Nel 2008, il governo Berlusconi si attribuì la facoltà di redigere una Strategia Energetica Nazionale (SEN). Questo strumento avrebbe voluto delineare le linee guida di indirizzo e programmazione per la politica energetica nazionale, con l’intento di aprire la strada allo sviluppo di impianti di produzione di elettricità da fonte nucleare (v. Gianluca Ruggieri, Breve enciclopedia sul referendum, e tre buone ragioni per votare sì). Lo strumento scelto fu quello del decreto (successivamente convertito in legge da un Parlamento eletto con il Porcellum, questo credo vada sempre ricordato). Dopo l’incidente di Fukushima nel 2011 il governo eliminò i riferimenti al nucleare e il successivo passaggio referendario eliminò l’obbligo di realizzare la SEN.

E quindi? Dopo la fine anticipata del governo Berlusconi, l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, invece di mandare il paese alle elezioni, decise di affidarsi a un governo tecnico, presieduto da Mario Monti. In linea di principio ci si attenderebbe che un governo di questo tipo abbia breve durata e si limiti alla gestione ordinaria, gestendo cioè la cosa pubblica fino alla consultazione popolare successiva. Monti e i suoi ministri, invece, agirono come un governo politico a tutti gli effetti. E fu anche un governo assai dinamico: salvataggi di banche, riforma delle pensioni, ecc.

Tornando all’ambito di questa mia riflessione, il governo Monti approvò una SEN, fra l’altro molto impegnativa dato che il termine ultimo di riferimento è il 2050. L’iter di formulazione del documento fu piuttosto breve: nell’ottobre 2013 venne pubblicato il documento di consultazione e nel marzo 2013 il documento finale.

Ricapitoliamo: un governo tecnico impegna il paese per quasi quarant’anni a seguire una strategia di grande impatto su ambiente ed economia elaborata in soli sei mesi. In casi come questo, è lecito sospettare che ci fosse qualcosa di preconfezionato. A me sembra chiaro che, se non vi fossero state determinate condizioni, questa SEN non avrebbe mai potuto entrare in vigore. E provo ad elencarle:

  1. un Parlamento di nominati, che non rispondono del loro operato agli elettori, ma solo alle segreterie di certi partiti;
  2. una enorme responsabilità da parte del Presidente della Repubblica allora in carica, che con le sue scelte ha lasciato spazio a forzature di ogni genere;
  3. un governo, anzi una serie di governi, che ha prevaricato le proprie competenze, così come sancite dalla Costituzione.

Di fronte a una situazione di questo tipo, la logica vorrebbe che venissero posti dei freni, che si tornasse (e la Corte Costituzionale proprio questo ha stabilito) a un Parlamento eletto dal popolo. Invece la tendenza manifestata dal governo Renzi è quella di arrivare a un premierato forte, per giunta senza nemmeno i sistemi di controllo che le repubbliche presidenziali hanno. Votando sì al referendum del 17 aprile si darebbe una prima spallata a questo stato di cose e il nervosismo del presidente del Consiglio dei ministri in questi giorni, culminato con la promessa degli 80 euro alle pensioni minime (è andata bene una volta, chissà mai che riprovando…), ne è dimostrazione. Detto per inciso, secondo me la questione degli 80 euro è da collegare al referendum molto più che alle elezioni amministrative. Se così non fosse, l’annuncio sarebbe stato dato più in là nel tempo.

Concludendo, mi sembra che il 17 aprile avremo l’occasione, votando e facendo vincere il sì, di compiere un piccolo passo verso la riaffermazione del nostro diritto, come cittadini, di essere artefici del nostro destino, riprendendoci un piccolo pezzo di quella democrazia che a qualcuno dà così fastidio, perché rappresenta un’incognita nel calcolo del suo profitto. In questo caso si tratta della lobby dei petrolieri, in altri casi avremo protagonisti diversi, ma le logiche che li sospingeranno saranno le stesse. A me tutto questo non piace e la mia forma di difesa, legittima, è quella del voto e dell’impegno politico.

  1. Mentre stavo scrivendo queste mie considerazioni, ho visto che un’analisi simile, ma molto più qualificata della mia è stata proposta dalla presidente di Lega Ambiente, Rossella Muroni, sul Manifesto: “Le bugie dei trivellatori sui tagli all’occupazione“.
  2. A questo proposito è interessante notare come le scelte fatte dalla Norvegia in materia di estrazioni siano radicalmente diverse. Il paese scandinavo, che è all’avanguardia nella ricerca di fonti rinnovabili, fra l’altro, quando venne scoperto il petrolio nel Mare del Nord decise di non concedere concessioni a imprese private, ma di creare un proprio ente petrolifero, la Staatsoil. Per legge, gli utili prodotti da questa impresa, che colloca il surplus rispetto al fabbisogno domestico sul mercato, vengono accantonati e gestiti nell’interesse del popolo norvegese. Il governo può, in casi del tutto eccezionali e sotto lo stretto controllo parlamentare, utilizzare fino a un massimo del 4% del tesoretto accantonato l’anno precedente. Questo garantisce i cittadini del paese dal punto di vista della sostenibilità del sistema di reddito minimo garantito, permette trasporti pubblici all’avanguardia, ecc. 

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