Chomsky e il ruolo mondiale degli Stati Uniti

Noam Chomsky

Ho appena finito di leggere due libri di Noam Chomsky e mi sto accingendo a iniziare il terzo. Tre opere sullo stesso argomento, che dovrebbero rafforzare il messaggio, se questo non fosse sufficientemente chiaro alla prima…

I titoli sono (nell’ordine di lettura, casualmente inverso rispetto a quello di pubblicazione): Chi sono i padroni del mondo, pubblicato nel 2016; Terrorismo occidentale. Da Hiroshima ai droni, conversazione con André Vltchek del 2015 e I padroni dell’umanità. Saggi politici (1970-2013), stampato in edizione italiana nel 2014. Tutti editi da Ponte alle Grazie, Milano.

Chomsky è considerato uno dei massimi intellettuali viventi e ha scritto una quantità enorme di libri e articoli sui più disparati argomenti oltre, naturalmente, a quelli relativi alla sua disciplina, ovvero la linguistica. Soprattutto leggendo Chi sono i padroni del mondo, e confrontandone lo stile con opere più datate che avevo letto in passato, mi sono fatto l’idea che questo professore del MIT di Boston abbia una capacità enorme di scrittura – intesa nel senso di fluidità nello scorrere del pensiero – ma soprattutto possieda l’invidiabile dote di saper gestire un archivio di informazioni in maniera ottimale. Poi, ovviamente, scrivendo molto, la possibilità di riassemblare in modo nuovo brani precedentemente scritti sullo stesso argomento, aumenta notevolmente.

Comunque, beato lui che ne è capace; a scrivere una paginetta di tanto in tanto faccio una fatica bestiale, per cui l’invidia è comprensibile.

Ma questo suo modo di scrivere lo porta a essere un po’ ripetitivo. Prendiamo Chi sono i padroni del mondo, ad esempio. I capitoli sono molto brevi e molto frequentemente assistiamo alla ripetizione, a volte – ma non sempre – approfondita delle stesse tesi. Probabilmente si tratta di una scelta ben precisa dell’autore, volta a far penetrare nella memoria del lettore distratto concetti che altrimenti scivolerebbero via. D’altra parte, uno dei temi più frequentemente trattati da Chomsky, specialmente in passato, è quello della comunicazione e del ruolo dei media nel plasmare il modo di pensare e il comportamento delle persone.

Noam Chomsky ha un grande merito, quello di dire quello che pensa senza guardare in faccia nessuno. D’altra parte in galera ci è già finito ai tempi delle manifestazioni contro l’intervento americano in Vietnam negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e, inoltre, può far leva sull’età ormai avanzata, che gli permette di godere di una sorta di immunità. Smonta così alcune figure che sono state mitizzate, ad esempio quella di John Fitzgerald Kennedy, accusandolo di alcune delle peggiori nefandezze della storia recente: la guerra in Vietnam, il tentativo di invasione di Cuba, la pianificazione di alcuni colpi di Stato in diverse parti del mondo, il ricorso a tecniche estreme per perseguire gli interessi americani nel mondo. Naturalmente, quando si parla di interessi americani nel mondo, non si intendono gli interessi dei cittadini, ma quelli delle grandi e potenti concentrazioni finanziarie.

Lo stesso dicasi di Obama, che ha usato massicciamente i droni per risolvere alcune situazioni intricate.

Noam Chomsky nel suo studio qualche anno fa

Naturalmente, oltre ai meriti, ha anche qualche demerito. Chomsky è sempre stato affascinato dall’anarchia (lui stesso si definisce socialista libertario e simpatizzante dell’anarco-sindacalismo), ma questo lo porta a sviluppare le sue battaglie in solitaria, quando invece ci sarebbe bisogno di dare forza organizzata a certi valori e idee. Dato che nel suo ufficio al Massachusetts Institute of Technology è «appesa una famosa foto di Bertrand Russell con una sua citazione: “Tre passioni, semplici ma irresistibili, hanno governato la mia vita: la sete d’amore, la ricerca della conoscenza e una struggente compassione per le sofferenze dell’umanità”» (la frase è presa dalla prefazione di Terrorismo occidentale) è facile ipotizzare che Chomsky si ispiri alla figura del matematico e filosofo britannico, il quale si mosse sul terreno del pacifismo in maniera radicale, ma, anch’egli, individuale.

Bisogna però riconoscere una cosa, quando c’è: l’onestà intellettuale. Chomsky non mette mai più di tanto in discussione il sistema capitalistico; però, quando parla dell’Unione Sovietica del passato o della Cina del presente, non le accusa di essere i “mali assoluti” che la maggior parte dei presidenti americani hanno cercato di dipingere. Anzi, a un certo punto prende quasi le difese della Corea del Nord, visto che ritiene comprensibile che questo Paese si voglia armare, dopo quello che ha subito da parte degli americani settant’anni fa. Durante la guerra di Corea gli americani bombardarono la parte Nord del paese in maniera estremamente massiccia. A un certo punto, verso la fine della guerra, distrussero anche le dighe che permettevano l’irrigazione delle risaie. Moltissima gente annegò e altrettanta rischiò di morire di fame a causa della mancata produzione agricola. Queste informazioni sono contenute in dossier ormai resi pubblici ed evidenziano la deliberata volontà di colpire in quel modo la popolazione civile. Qualcuno, in Corea del Nord, li avrà letti e ne avrà tratto le debite conclusioni.

Personalmente, questa e altre considerazioni hanno fatto venire in mente che è vero che la storia la scrivono i vincitori, ma la studiano e la ricordano solo gli sconfitti e, spesso, la ricordano in maniera differente da come è stata scritta. La serie di informazioni prodotte nelle tre opere, inoltre, sebbene siano di dominio pubblico e, almeno a grandi linee, mi fossero note, mi ha portato a pensare alla stupidità e presunzione di noi europei. Per anni abbiamo considerato gli americani un po’ come i parenti ricchi ma scemi e abbiamo continuato a crogiolarci nella convinzione di essere molto più evoluti degli statunitensi nella lettura delle situazioni complesse della politica internazionale. Ci siamo fregati con le nostre stesse mani: gli strateghi di Washington ce lo hanno lasciato credere, nel frattempo loro hanno fatto tutto quello che hanno voluto e hanno esteso la loro egemonia a buona parte del pianeta, compreso il nostro continente, che ha perso ogni possibile occasione di sviluppare una politica internazionale autonoma e favorevole ai propri interessi.

Un’ultima notazione. Non conoscevo André Vltchek ed è stato una bella scoperta. Un vero e proprio cittadino del mondo, che ha vissuto una serie di esperienze in prima linea e che denuncia quotidianamente, con testi, foto e filmati, tutte le storture della nostra società.

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