Dopo il colpo di Stato, la repressione

Non sembra, ma sono passate soltanto poco più due settimane dal tentato golpe in Turchia. E a questo proposito è stato detto praticamente tutto e il contrario di tutto. L’accavallarsi di eventi importanti mi ha fatto un po’ perdere la cognizione del tempo e ha continuamente distratto la mia attenzione.

Mi sono fatto l’opinione che il goffo tentativo di colpo di Stato abbia avuto una genesi ben precisa. Che si sia, cioè, deciso di anticiparlo – di qui la goffaggine che lo ha caratterizzato – per evitare quelle epurazioni che si sono puntualmente verificate subito dopo. Le liste degli oppositori da “rimuovere” dovevano essere già pronte, perché non è ragionevolmente pensabile che decine di migliaia di nominativi si preparino in poche ore.

I generali che hanno tentato di abbattere il regime di Erdoğan probabilmente hanno ritenuto che il popolo si sarebbe schierato dalla loro parte. Così non è stato e il risultato che hanno ottenuto è quello di un inasprimento della repressione del dissenso politico. In sostanza, hanno dato occasione e forza a progetti che Erdoğan avrebbe forse tenuto nel cassetto, o attuato in forma più graduale.

Molti hanno scritto che un golpe non è mai, di per sé, un evento positivo perché antitetico al concetto stesso di democrazia. Di norma lo è, basti pensare al colpo di Stato dei colonnelli in Grecia negli anni Sessanta, o al Sud America degli anni Settanta; ma ci sono delle eccezioni. Hugo Chavez, prima di diventare presidente del Venezuela mediante regolari elezioni, quando era ancora colonnello dei paracadutisti tentò un colpo di Stato che fallì. Venne imprigionato e radiato dall’esercito. Venne liberato dal carcere grazie a un’amnistia e così ebbe modo di dedicarsi a tempo pieno alla politica.

Mustafa Kemal Atatürk (1881-1938)

Tornando alla Turchia, il riconosciuto padre della Patria, il modernizzatore per eccellenza fu Mustafa Kemal Atatürk e forse vale la pena ricordare alcuni passaggi della sua vicenda umana e politica. Da giovane ufficiale dell’esercito, nel 1906 aderì al movimento dei Giovani Turchi e ne divenne un quadro di media importanza. Nel 1911 partecipò alla guerra italo-turca nella quale venne ferito in Tripolitania. Durante la Prima guerra mondiale fu un brillante generale e, insieme al generale tedesco Liman von Sanders ottenne una schiacciante vittoria contro le truppe da sbarco anglo-francesi nella battaglia di Gallipoli. Una volta ottenuto il potere (per maggiori ragguagli sulla biografia del fondatore della Repubblica di Turchia rimando a Wikipedia, voci “Atatürk” e “Storia della Repubblica di Turchia“), fra i suoi primi e principali provvedimenti vi fu quello di conferire all’esercito il ruolo di difensore della laicità dello Stato.

E l’esercito questo ruolo lo svolse, in maniera sicuramente assai poco elegante, ma efficace; infatti, nella recentissima storia della Turchia ci sono stati tre colpi di Stato riusciti (fonte: Giornale di Sicilia, Colpo di Stato in Turichia, militari custodi della laicità: già 3 volte al potere):

  • 27 maggio 1960. Ci troviamo nel pieno della Guerra fredda e il generale Cemal Gursel rimuove con la forza il presidente Celal Bayan e il primo ministro Adnan Menderes (che verrà poi giustiziato). Questi due esponenti del Partito democratico erano entrati in conflitto con l’opposizione e avevano allentato i divieti sulla religione. Il controllo civile venne ripristinato nell’ottobre 1961, ma i militari continuarono a controllare la politica da dietro le quinte sino al 1965.
  • 12 marzo 1971: il “golpe del memorandum”. La Turchia attraversa un periodo di forte crisi economica e fortissima tensione sociale. I capi delle forze armate, guidati dal generale Faruk Gurler, decidono di intervenire per ripristinare l’ordine e inviano un memorandum al primo ministro, Suleyman Demirel. Nel memorandum si esige l’instaurazione di un governo forte e credibile ispirato al punto di vista di Atatürk. Il premier si dimise lo stesso giorno e l’esercito non passò a vie di fatto. Nonostante ciò la recessione durò per tutti gli anni Settanta e l’instabilità politica portò a undici cambi di governo. La tensione politica ebbe un’escalation e si manifestò violentemente con scontri fra gruppi di destra e di sinistra che causarono migliaia di morti. La Turchia sfiorò la guerra civile.
  • 12 settembre 1980. Dopo un anno di accese discussioni, venne sciolto il governo e imposta la legge marziale, sciolti i partiti e sospesa la Costituzione. Il generale Kenan Evrem, che aveva guidato il golpe, divenne presidente e l’ammiraglio Bulend Ulusu primo ministro. I militari al governo riportarono la stabilità e si varò una nuova Costituzione in senso presidenzialista, che venne approvata per referendum nel 1982. Evren rimase in carica come presidente per sette anni di crescita economica.

Date queste premesse, non sono sicuro che il tentato golpe del 15 luglio vada inteso come un semplice tentativo di presa del potere da parte dei militari. Credo invece che vada letto come una manifestazione di disagio riconducibile alle rivendicazioni di piazza Taksim a Istanbul nel 2013, represse duramente dalla polizia, che testimoniavano il profondo disagio di parte della popolazione nei confronti di Erdogan.

Esponente di spicco del disciolto Partito del Benessere (in turco Refah Partisi), Recep Tayyip Erdoğan divenne un personaggio di rilevanza nazionale come sindaco di Istanbul il 27 marzo 1994. Come amministratore si rivela un pragmatico e, a dispetto dei timori di molti si impegna per risolvere problemi come il traffico, l’inquinamento e approvvigionamento d’acqua. Ma nel 1998 viene incarcerato per aver declamato in pubblico alcuni versi del poeta Ziyā Gökalp;

Le moschee sono le nostre caserme,
le cupole i nostri elmetti,
i minareti le nostre baionette
e i fedeli i nostri soldati…

Condannato per incitamento all’odio religioso, trascorre in prigione pochi mesi e, appena uscito fonda l’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), partito dall’impronta più moderata rispetto al Partito del Benessere e all’Unione Nazionale degli Studenti Turchi, gruppo giovanile anti-comunista nel quale Erdoğan aveva militato da giovane.

Alla sua prima uscita elettorale, il nuovo partito vince le elezioni legislative del 3 novembre 2002, guadagnando il 34,3% delle preferenze e, grazie al sistema elettorale turco che prevede uno sbarramento al 10%, ottiene una maggioranza parlamentare schiacciante. Va detto che solo il Partito Popolare Repubblicano riesce a ottenere il quorum di voti, a riprova di come la scelta di un sistema elettorale condizioni la vita politica di un paese. In pratica, il leader del partito che vince le elezioni in Turchia (ma solo in Turchia?), controllando il Parlamento, ha il potere assoluto e può decidere di modificare la Costituzione e le leggi a suo piacimento, salvando la parvenza – ma solo la parvenza – di democrazia.

Forte della vittoria elettorale Erdoğan, a fine 2002, viene riabilitato, dato che fino ad allora era escluso dal corpo elettorale, a causa della precedente condanna. Dapprima sostiene l’elezione del suo compagno di partito Abdullah Gul a primo ministro; poi, ottenuto un seggio in virtù di una elezione suppletiva nella provincia di Siirt, riottiene i pieni diritti elettorali e, anche grazie a una riforma costituzionale, il 14 marzo 2003 diviene primo ministro.

I primi anni del suo governo passano abbastanza in sordina, fino a quando, nel 2008, suscita l’indignazione dell’opinione pubblica internazionale criticando la campagna sostenuta dagli intellettuali del suo Paese per il riconoscimento del genocidio degli armeni. Secondo Erdoğan i turchi non commisero alcun crimine perché è impossibile che un musulmano possa commettere un genocidio. La questione armena torna all’ordine del giorno nel 2001, quando il primo ministro fa abbattere il monumento che testimonia l’amicizia turco-armena a Kers, monumento che rappresenta la metafora del riavvicinamento dei due paesi. La scusa è risibile. Secondo Erdoğan, infatti, questo monumento si trova troppo vicino alla tomba di un dotto islamico dell’XI secolo e la sua ombra ne disturba la visuale. Ma la vicenda del genocidio degli armeni non è ancora conclusa: il 14 aprile 2015 Erdoğan, ormai presidente della Repubblica, torna sull’argomento e nega il genocidio del 1915-17 (che costò la vita a un milione e mezzo di persone). Inoltre, con queste parole risponde a papa Francesco, che aveva definito lo sterminio degli armeni “primo genocidio del XX secolo”:

Quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità, ma delle stupidaggini.

Il giorno dopo il Parlamento europeo approva una risoluzione che riconosce il genocidio e chiede alla Turchia di approfittare del centenario del 24 aprile 2015 per ammetterlo. Erdoğan si scatena:

Qualunque decisione presa dal Parlamento europeo mi entra da un orecchio e mi esce dall’altro.

Niente male per il capo dello Stato di un paese che ha fatto richiesta di entrare nell’Unione Europea!

Nel frattempo, il 10 aprile 2014, Erdoğan, in seguito a una riforma costituzionale vince le elezioni presidenziali e diviene il primo presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo.

La situazione della Turchia presenta, a mio avviso, molti aspetti preoccupanti, a partire dal non celato desiderio di riproporre una sorta di Impero ottomano fondato sull’islamizzazione delle istituzioni. A seguire, è necessario segnalare l’ambiguo comportamento del governo turco nei confronti dell’ISIS, la repressione nei confronti del popolo curdo e il ricatto sul quale si fondano i rapporti con l’Unione Europea in relazione alla gestione dei profughi dalla Siria.

Naturalmente, essendo la Turchia un partner strategico della Nato (con il secondo esercito della coalizione, dal punto di vista numerico) la ragion di Stato dei governi occidentali impone di sostenere la parvenza di democrazia esistente nel Paese, basata esclusivamente sul fatto che vengono periodicamente indette le elezioni. Ma quale democrazia è degna di questo nome se non viene garantito un ruolo politico alle opposizioni e al confronto aperto fra diverse visioni?

A volte, se vogliamo essere pragmatici, è necessario scegliere fra due mali, pur sapendo che la soluzione ideale sarebbe un’altra, ovvero una presa di coscienza della popolazione di Istanbul e Ankara e un rovesciamento pacifico del governo. In quest’ottica dobbiamo allora lamentare lamentarci del fatto che il golpe non sia riuscito. Ma dobbiamo cominciare a porci alcune domande; fra queste una mi sembra particolarmente importante e attuale: ha ancora senso la Nato e, anche qualora si dimostrasse la sua necessità nell’attuale contesto internazionale, quanto siamo disposti a tollerare in termini di violazione dei diritti umani e di minacce alla sicurezza per conservare un ordine mondiale ormai morto e sepolto?

Updated: 1 agosto 2016 — 13:13

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