La rabbia e il cordoglio

Terremoto ad Amatrice

Se qualcuno avesse voglia e tempo di andare a consultare il sito dell’Iingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) Centro Nazionale Terremoti, farebbe la assai poco piacevole scoperta che nel nostro Paese le scosse telluriche si misurano quotidianamente a decine. Fortunatamente, la maggior parte di esse sono inferiori a 2.0 gradi della scala Richter, quindi di scarsa intensità (ad esempio, a Genova sabato 27 agosto alle ore 18 e 36 la terra ha tremato, ma, essendo la scossa di magnitudo 2.0 nessuno l’ha sentita, che io sappia). Questa intensa attività sismica è causata dal fatto che l’Italia è di recente formazione dal punto di vista geologico ed è, quindi, in fase di assestamento.

Classificazione_sismica_Italia_2014.pdfTutto ciò è noto, tanto che sul sito della Protezione Civile nazionale viene riportata la mappa (qui a destra) relativa alla classificazione sismica del nostro territorio, diviso in quattro zone:

Zona 1: è la zona più pericolosa; possono verificarsi fortissimi terremoti;

Zona 2: in questa zona possono verificarsi forti terremoti;

Zona 3: in questa zona possono verificarsi forti terremoti ma rari;

Zona 4: è la zona meno pericolosi, nella quale i terremoti sono rari.

mappa_opcm3519La zona appenninica centrale è la più pericolosa, informazione che viene confermata anche dalla mappa della pericolosità sismica (qui a sinistra).

Come si vede, le località colpite dal terremoto del 24 agosto sono situate nell’area identificata come maggiormente pericolosa o ai suoi margini.

E allora, perché questa devastazione e questi morti, specie se consideriamo che “per ridurre gli effetti del terremoto, l’azione dello Stato si è concentrata sulla classificazione del territorio, in base all’intensità e alla frequenza dei terremoti del passato, e sull’applicazione di speciali norme per le costruzioni nelle zone classificate come sismiche. La legislazione antisismica italiana, allineata alle più moderne normative a livello internazionale prescrive norme tecniche in base alle quali un edificio debba sopportare senza gravi danni i terremoti meno forti e senza crollare i terremoti più forti, salvaguardando prima di tutto le vite umane” (le parole sono prese dal sito della Protezione Civile nazionale, ente governativo).

Fin qui siamo nel territorio di quella che viene definita scientificamente pericolosità. Adesso dobbiamo parlare di rischio, perché si tratta di due questioni differenti, che così vengono definite dalla Protezione Civile:

Ai fini di protezione civile, il rischio è rappresentato dalla possibilità che un fenomeno naturale o indotto dalle attività dell’uomo possa causare effetti dannosi sulla popolazione, gli insediamenti abitativi e produttivi e le infrastrutture, all’interno di una particolare area, in un determinato periodo di tempo.

Rischio e pericolo non sono dunque la stessa cosa: il pericolo è rappresentato dall’evento calamitoso che può colpire una certa area (la causa), il rischio è rappresentato dalle sue possibili conseguenze, cioè dal danno che ci si può attendere (l’effetto). Per valutare concretamente un rischio, quindi, non è sufficiente conoscere il pericolo, ma occorre anche stimare attentamente il valore esposto, cioè i beni presenti sul territorio che possono essere coinvolti da un evento, e la loro vulnerabilità.

Il rischio quindi è traducibile nella formula

R = P x V x E

dove:

P = Pericolosità: la probabilità che un fenomeno di una determinata intensità si verifichi in un certo periodo di tempo, in una data area.

V = Vulnerabilità: la vulnerabilità di un elemento (persone, edifici, infrastrutture, attività economiche) è la propensione a subire danneggiamenti in conseguenza delle sollecitazioni indotte da un evento di una certa intensità.

E = Esposizione o Valore esposto: è il numero di unità (o “valore”) di ognuno degli elementi a rischio presenti in una data area, come le vite umane o gli insediamenti.

E qui cominciano i problemi, perché se nulla può essere fatto per prevedere un evento naturale non così è per quanto riguarda l’intervento umano. E sempre qui il cordoglio per i morti del terremoto non può non trasformarsi in rabbia nel constatare – per l’ennesima volta – come l’intervento umano e scelte errate della politica abbiano aggravato una situazione già sufficientemente pericolosa, imponendo appalti al massio ribasso anche per la costruzione di edifici pubblici destinati a raccogliere un numero notevole di persone.

Nei giorni scorsi, ho sentito in televisione una frase (non ricordo di chi, forse il presidente del Senato Grasso) che mi ha fatto riflettere: diceva che i criminali si sono trasformati in costruttori e parte dei costruttori in criminali. Se per vincere un appalto devi presentare un’offerta particolarmente competitiva in un mercato fortemente concorrenziale, da qualche parte devi ridurre i costi e, nell’edilizia, questo lo puoi fare risparmiando sui materiali e sul personale.

Queste sono cose dette e ridette note a tutti per cui non credo sia necessario approfondire. Quello che è invece necessario è affrontare in maniera decisa il problema dal punto di vista politico e, fra le tante, voglio lanciare una proposta. In un’epoca nella quale si parla tanto di partecipazione dei cittadini, perché non diamo la facoltà a gruppi di residenti (che in fin dei conti sono gli utenti degli immobili pubblici) anche coadiuvati da professionisti, di esprimere un parere vincolante sulla qualità del lavoro realizzato dalle imprese edili? Parere vincolante necessario per l’erogazione dei pagamenti pattuiti, ovviamente, altrimenti si tratterebbe di aria fritta.

Updated: 29 agosto 2016 — 20:15

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