Il modello Visegrad ucciderà l’Europa

Marco Bascetta, Il Manifesto, 25 luglio 2017

Alle tensioni, ai conflitti e alle contraddizioni sempre più aspre che segnano l’attuale stato dell’Unione europea si è andata ad aggiungere, a partire dalla cosiddetta crisi dei migranti, una vera e propria guerra intestina: quella ingaggiata dal gruppo di Visegrad (a cui si aggiunge la destra austriaca pericolosamente vicina al potere) contro Bruxelles, accompagnata, negli ultimi tempi, da qualche rumoroso strepito nei confronti dell’Italia. Se il respingimento dei migranti resta l’argomento principe e il più demagogicamente spendibile, non si tratta solo né soprattutto di questo. Tra Budapest e Varsavia va prendendo corpo un progetto politico sempre meno compatibile con le democrazie così come sono andate configurandosi nell’Europa occidentale del dopoguerra. Su La Repubblica di domenica scorsa Nadia Urbinati identificava l’inasprirsi di una tensione tra due concezioni dello spazio politico europeo, l’una cosmopolita e cooperativa, l’altra etnica, identitaria e nazionalista. Se la prima non si è spinta molto oltre le petizioni di principio, restando prigioniera della competizione tra priorità nazionali, la seconda è stata finora arginata, in forme assai impopolari, dalle esigenze dell’economia di mercato e dagli spiriti animali del liberismo.

Secondo Nadia Urbinati, Victor Orban e Jaroslaw Kaczynski, l’uomo forte di Varsavia, non starebbero semplicemente rivendicando la supremazia della sovranità nazionale dei rispettivi paesi, ma proponendo all’Europa intera un modello politico fondato sulla gestione autoritaria di una presunta identità europea a partire dalla blindatura dei suoi confini. È una strada, questa, che condurrebbe però al rapido disfacimento dell’Unione. In primo luogo per l’impossibilità di tradurre a livello sovranazionale l’orizzonte culturale e lo strumentario politico dello Stato-nazione, in secondo luogo perché, una volta messa in moto, la macchina della sovranità nazionale non può essere tenuta sotto controllo, funzionando come un poderoso moltiplicatore di conflitti sempre più aspri tra diverse entità nazionali. La Brexit lo ha dimostrato senza possibilità di equivoci. Sebbene David Cameron avesse ottenuto da Bruxelles privilegi e concessioni tali da consentire una più che comoda permanenza di Londra nell’Unione, l’autorappresentazione nazionale del Regno unito si era ormai spinta oltre la linea di non ritorno e ben oltre il terreno delle motivazioni razionali. Il problema principale è che il discorso sovranista e identitario, mascherato da paladino in lotta contro le élites liberali, trova un crescente ascolto presso partiti e movimenti di ispirazione nazionalista (i cosiddetti populismi) in tutto il Vecchio continente. E questo ascolto si traduce in uno spostamento a destra delle politiche governative europee, del resto già intente a sacrificare, sul versante opposto, l’effettività della democrazia alla governabilità finanziaria. La Grecia insegna.

Nell’Europa dell’Est, la retorica identitaria e il rifiuto dello straniero si accompagnano a una sistematica demolizione dello stato di diritto e delle libertà individuali e collettive. Di fronte alla cancellazione dell’indipendenza della magistratura in Polonia e a quella della libertà di stampa e di insegnamento in Ungheria, l’Unione europea non poteva voltarsi semplicemente dall’altra parte. Minaccia sanzioni e procedure di infrazione, ma sostanzialmente si sottrae allo scontro con una prudenza che rasenta l’irresponsabilità. Intanto mezza Polonia scende in piazza contro la riforma della giustizia voluta dal governo. Contro i regimi postcomunisti dell’Est le resistenze non mancano a Varsavia come a Budapest, ma l’appoggio internazionale nei confronti di questi movimenti è del tutto insufficiente. Eppure è proprio a partire da queste resistenze più che dalle procedure di Bruxelles che l’involuzione autoritaria potrebbe essere efficacemente contrastata.

Berlino dichiara di appoggiare le sanzioni minacciate dal vicepresidente della Commissione europea contro Varsavia per aver contraddetto trattati e «valori», ma certo eviterà in ogni modo di intralciare gli interessi cospicui che la Germania coltiva ai suoi confini orientali. Il sentimento antitedesco (l’orizzonte postcomunista è stato dominato da capitali, insegnamenti e dottrine provenienti dalla Bundesrepublik) è assai facile da mobilitare nel clima di risentimento e di rivalsa che è andato diffondendosi nell’Europa dell’Est. Il problema non è dissimile da quello rappresentato dalla Turchia, paese decisivo per gli interessi economici tedeschi e il controllo dei flussi migratori, fattori che hanno suggerito di trattare con prudenza il fascismo conclamato del sultano di Ankara. Tuttavia, questa prudenza ha prodotto l’effetto diametralmente opposto a quello voluto. Erdogan ha stretto la morsa della repressione e preso in ostaggio i cittadini tedeschi che gli capitavano a tiro. Non è escluso che altrettanta timidezza nei confronti dei regimi dell’Europa dell’est piuttosto che indurli alla mediazione li spinga ad accelerare nella direzione di uno stato autoritario con il quale sarà molto difficile scendere a patti.

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