Un partito al capolinea?

Sulla Stampa di oggi viene riportata una bella intervista a Emanuele Macaluso, storico dirigente del PCI (nella segreteria di Togliatti, Longo e Berlinguer, sette volte parlamentare, direttore de L’Unità  e del Riformista): È un partito al capolinea, colpa di Renzi. Ma il fallimento è anche di Bersani e D’Alema.  Nel titolo di questo post ho voluto mettere il punto interrogativo perché mancano troppi dati per una valutazione più o meno oggettiva. Però, a questo punto, sarebbe fin troppo facile e scontato – e anche un po’ da gufi – fare la battuta e dire che finalmente Renzi è riuscito a rottamare qualcosa, ma mi astengo.

Ci sono due considerazioni da fare: il segretario del PD deve aver perso il senso della realtà, quando afferma che per evitare il caos ci vuole il 40%, visto che sta perdendo pezzi da tutte le parti e che le sue riforme sono state bocciate o in via referendaria o dalla Corte Costituzionale. Considerare come propri voti quelli per il SI al referendum è un gioco piuttosto pericoloso, visto che fra gli elettori PD una buona parte ha votato per il NO e che molti di quelli che hanno votato per il SI mai si sognerebbero di votare dem alle elezioni politiche.

Se D’Alema si decidesse a uscire, probabilmente si porterebbe via una fetta stimabile intorno al 10%, con qualche possibilità di recupero fra i fuoriusciti di quest’ultimo periodo. Diciamo, a spanne, una forza intorno al 12%, Poco per vincere le elezioni, ma abbastanza per scompaginare i giochi elettorali in città come Genova, dove la sinistra è storicamente forte e dove una possibile aggregazione con quella che è sempre stata la maggioranza del PD (diciamo a grandi linee, di impronta dalemiana) potrebbe arrivare al ballottaggio (ovvio, a determinate condizioni che andranno negoziate fra pari. Una coalizione fra la sinistra sinistra (altrimenti detta radicale) e quella blandamente socialdemocratica rappresentata da D’Alema potrebbe raggiungere il 25% dei voti e sarebbe un risultato significativo anche su scala nazionale.

La seconda considerazione è quella che ha espresso Macaluso e che sottoscrivo in pieno, con qualche aggiunta da parte mia. Il PD nasce dalla fusione di due partiti che erano considerati (Eugenio Scalfari dixit) al capolinea, ovvero i DS e la Margherita. E, aggiunge Macaluso (lo leggo sul cartaceo, perché nel momento in cui scrivo l’articolo citato non è disponibile sul sito in forma integrale) due partiti al capolinea che si uniscono probabilmente restano fermi sul posto. Sempre Macaluso lamenta il fatto che la dirigenza di matrice ex comunista non abbia saputo porsi in maniera egemonica e, a causa di questo errore, abbia lasciato spazio agli ex democristiani, di cui Renzi è la manifestazione più evidente.

La mia riflessione in proposito è però questa: il Partito Comunista Italiano, quello fondato da Gramsci, Terracini e Bordiga rimase in vita dal 1921 al 1991, per settant’anni, quindi. Il Partito Democratico della Sinistra ebbe vita breve, dal 1991 al 1998 (sette anni) poi confluì, senza peraltro che io rammenti grandi stravolgimenti di linea, nei Democratici di Sinistra, che rimasero in vita dal 1998 al 2007 (nove anni). Infine, nel 2007 nacque il Partito Democratico che potrebbe essere entrato in agonia dopo solo dieci anni di vita. Questa serie vorticosa di cambiamenti, a mio parere, può essere letta soltanto in un modo, nel vizio di origine che portò allo scioglimento di un partito dandolo per finito sulla base di una lettura sbagliata della storia, perché se è vero che il mondo negli ultimi anni è cambiato è altrettanto vero che il Partito Comunista Italiano di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer sopravvisse a diversi incidenti della storia, quali il ventennio fascista, la Seconda guerra mondiale, l’occupazione nazista dell’Italia, gli anni della ricostruzione, il miracolo economico e l’industrializzazione, gli anni di piombo.

A questo punto, se ho ragione, tutto il quadro politico italiano andrebbe a scompaginarsi e la nuova legge elettorale dovrebbe tener conto della mutata situazione: un ritorno al proporzionale puro a questo punto non solo sarebbe possibile, ma necessario, perché la principale forza politica per rappresentanza parlamentare avrebbe, dopo l’ipotetica scissione, la necessità urgente di contarsi e con il proporzionale, è noto, può succedere di tutto.

Tempo fa, con alcuni esponenti della sinistra genovese, ci interrogavamo sulla possibilità di dare vita, almeno nella nostra città, a un quarto polo composto da tutte le forze alternative al PD. Ovviamente ognuno di noi esprimeva la speranza che ciò fosse possibile e che una decisione presa in quel senso non fosse un salto nel buio. Ora, la forte divisione interna al PD rende questa opzione assai più concreta e in grado di portare una compagine dichiaratamente alternativa a occupare un ruolo non marginale, non esclusivamente testimoniale.

Queste mie considerazioni scritte a caldo, naturalmente non vogliono rappresentare qualcosa di conclusivo, ma offrire uno spunto al dibattito in corso sul ruolo e il senso della sinistra oggi.

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