A María Asunción Mateo
quando aprirà questo libro

Sai già tanto di me che io stesso vorrei
ripeter la poesia con le tue proprie labbra,
raccontare un passaggio della vita d’un tempo:
cometa sulla spiaggia da Sofia pettinata.

Io non devo aspettare e neanche dirti aspetta
di vedere in Memoria della malinconia
le pinete di Ibiza, la nascosta trincea,
il suo lento albeggiare prima che faccia giorno.

E poi, amore, e poi veder che vita avanza
piena di anni aperti e piena di calura
senza fine e mai chiusa da nessun muro al sole.

Tu sai bene che in me non muore la speranza,
che in me non sono felice, ma fiori sono gli anni,
che mai sono passato, ma sempre io son futuro.

(dicembre 1989)

1

Esci dal mare, entri nel mare ancora.
Già le mie labbra sognano i sapori.
Io berrò le tue alghe ed i liquori
della tua flora più nascosta ardente.

Nulla potrà con me la lenta aurora,
mi troverà avvinghiato ai poggi tuoi
pei morbidi declivi scivolando
all’abisso fatal che mi divora.

Già dal mare sei qui, fiore sbattuto,
stella rovesciata, adesso discesa
spuma delle mie veglie.

Voltati, stirati, stenditi, alzati,
entrami tutta intera nella gola
e portami per sempre nel tuo cielo.

2

Nella penombra attento il tuo lamento,
i tuoi dolci sospiri musicali,
le tue tremanti onde corporali
fin poi a scomparire a fuoco lento.

Quando te ne vai, uno scuotimento
riporta alle mie labbra ardenti sali,
la voglia di scalar le tue spirali
alte colline dove brucia il vento.

3

Le tue colline per il ciel cercava,
alta Altair, ma non le trovava
la tua rondine insonne, che sognava
fuoco alla notte aperta alla mia veglia.

Oh, quale vertiginoso sconforto
non trovar traccia di ciò che cercavo,
i pendii, le valli, l’incantata
minima ombra cieca della mia smania.

Dove sei, Altair, alta e perduta,
dolce tenebra, luce mia svanita,
corona e splendor dei miei piaceri?

Sarà vero Altair che altre volte ardesti,
che m’amasti, godesti, che moristi,
che sei ancora mia, che non lo sei?

4

Sognar sempre le tue desiderate
alte colline dolci e ben compresse,
e le tue mani giunte abbandonate
e sul monte di Venere nascoste!

5

Non far caso, Altair,
alle pettegole, cieche costellazioni,
alle calunniose stelle solitarie,
alle erranti comete
o alle indefinite oscure nebulose.
Tu le spegni tutte, Altair, con tuo splendore,
tremito irresistibile capace di espandersi
e di bagnar le ansiose labbra dell’universo.

7

Frenetica Altair, disperata e bella,
prolungato tremore quando dall’altura
anelata e aperta scende agli abissi,
creandovi le origini
perdute del lamento,
i singhiozzi infiniti,
i sospiri nell’ombra.
gli echi senza ritorno,
l’idioma primordiale,
che è impossibile, Altair,
non udire da lontano, a molta distanza.

8

Ti fiuto a distanza,
Altair, ti respiro,
puledro celeste con gli occhi in orbita,
fuoco verso di te che aperta mi ti offri,
oscuro, strano alito che mi spossa
e che tengo a distanza per odorarti, Altair,
e poi ricominciare a respirarti.

9

Quando Altair se ne andò via, già mattina,
le rose rosse che aveva portato con sé,
accese d’alte notti e d’albe,
davano muti segni, anche se lenti,
tristi, di appassire.
Dopo il suo doloroso, angosciante,
solitario commiato,
qualcuno annaffiò i fiori con fresca acqua dolce,
ed ecco riaccese un’altra volta le rose rosse,
aperte, in attesa.

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