Qualche considerazione in occasione della Giornata mondiale del rifugiato

Emigranti in partenza dal porto di Genova

Non potevo non spendere, oggi, qualche parola sul tema della Giornata mondiale del rifugiato. Un tema intorno al quale si discute senza giungere mai a una conclusione che sia una.

Dal punto di vista giuridico, il rifugiato è una persona che è fuggita o è stata espulsa dal suo paese originario a causa di discriminazioni politiche, religiose o razziali, di nazionalità, o perché appartenente a una categoria sociale di persone perseguitate, o a causa di una guerra presente nel suo paese e che trova ospitalità in un paese straniero che riconosce legalmente il suo status.

Un rifugiato si differenzia da un profugo, ovvero da una persona che si è allontanato dal suo paese d’origine a causa di persecuzioni o per una guerra, poiché ha ricevuto dallo Stato che lo ospita questo status e la relativa protezione mediante l’asilo politico.

Si sa che le guerre sono importanti fattori di migrazione, sia durante che, forse soprattutto, dopo le ostilità. Dopo la Seconda guerra mondiale ci furono massicce ondate migratorie (e altrettante ve ne furono dopo la Grande guerra) percentualmente assai più rilevanti di quella in atto oggi. Queste ondate migratorie si intersecavano con i flussi migratori – per così dire “tradizionali” – che coinvolsero molti italiani dal 1870 al 1970 (a questo proposito, segnalo L’emigrazione italiana 1870-1970. Atti dei colloqui di Roma, pubblicazione degli Archivi di Stato). Erano tutti migranti economici, i nostri? Non credo. Molti sarebbero potuti ricadere nella definizione giuridica sopra riportata, se solo fosse stata in vigore all’epoca; ad esempio tutti i meridionali che erano stati espropriati dei loro possedimenti dopo l’Unità d’Italia. Ma vediamo qualche numero che può dare una indicazione della rilevanza del fenomeno per quanto riguarda i paesi del mondo che più sono stati coinvolti dal fenomeno dell’emigrazione italiana:

PaeseEmigrati% su tot. popolazione
Brasile27.200.000circa 13%
Argentina19.700.000circa 47%
Stati Uniti17.250.000circa 6%
Francia4.000.000circa 6%
Canada1.445.335circa 4%
Perù1.400.000circa 3%
Uruguay1.200.000circa 35%
Venezuela1.000.000circa 3%
Australia916.000circa 4%
Messico850.000<1%
Germania700.000<1%
Svizzera527.817circa 7%
Regno Unito500.000<1%
Belgio290.000circa 2,6%
Cile150.000<2%
Paraguay100.000circa 1,4%
Totale77.229.152

Quelli sopra riportati sono i dati relativi agli italiani, o ai discendenti di italiani, che tuttora vivono all’estero e basterebbe fare qualche nome per dimostrare come molti di loro hanno dato un contributo notevole allo sviluppo della scienza, della cultura, nell’arte e nello spettacolo nei paesi di destinazione, oppure hanno avuto un ruolo politico importante (ad esempio Pepe Mujica, Rudolph Giuliani, Fiorello La Guardia, Frank Sinatra, Robert De Niro, Al Pacino, Leonardo Di Caprio, Sylvester Stallone, per non citare giocatori di calcio, rugby, pallavolo e basket sudamericani). Tutti (o quasi, qualche delinquente l’abbiamo esportato anche noi) comunque hanno dato il loro contributo in termini di lavoro e hanno contribuito a rendere grandi e prosperi i paesi che li hanno accolti.

Se tentassimo un’analisi, anche superficiale, del rapporto fra il tasso di criminalità dei nostri emigrati e le politiche restrittive di accoglienza, potremmo scoprire che, laddove l’integrazione è stata più difficile, maggiore è stato il numero dei fuori legge. Vedi gli Stati Uniti, dove gli emigranti italiani venivano ghettizzati e, come tutte le comunità ghettizzate, hanno iniziato ad assumere comportamenti di un certo tipo, dapprima a scopo difensivo, poi apertamente criminale.

Credo che dobbiamo stare attenti e imparare dalla storia. Proprio oggi ho visto sui giornali alcune immagini dei profughi/richiedenti asilo ammassati a Ventimiglia. Se non diamo risposte tempestive ai loro bisogni (e non parlo solo di noi italiani, che siamo fra i primi a essere coinvolti dal fenomeno per evidenti ragioni geografiche), prima o poi queste persone si organizzeranno, per loro è una questione di sopravvivenza, e si radicalizzeranno, politicamente o dal punto di vista religioso importa poco. L’esperienza delle banlieu francesi dovrebbe essere sufficiente a dimostrare cosa può succedere in questi casi.

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