Non c’è che dire, hanno paura

Tre milioni, è il numero impressionante di firme raccolte dalla CGIL per richiedere il referendum sul Jobs Act (per la precisione, un milione per ognuno dei tre quesiti). Come ci dice Norma Rangeri sul Manifesto del 15 dicembre 2016 (Lo spauracchio di un altro tsunami) “molto probabilmente questo voto ci verrà sottratto”.

Il pallino, guarda caso, è in mano a Renzi che potrebbe decidere di staccare la spina a Gentiloni e farci andare a elezioni anticipate. In questo caso la legge prevede che non ci possa essere sovrapposizione fra la campagna elettorale e quella referendaria e, quindi, il referendum slitti di un anno. Renzi, naturalmente, ha tutto l’interesse a evitare questo referendum (il cui esito appare scontato) perché in questo caso, davvero, la sua carriera politica, già attaccata a un filo sottile, sarebbe terminata nel peggiore dei modi. Confindustria, naturalmente, è subito scesa in campo in difesa del Jobs Act, omettendo però un piccolissimo particolare: che le assunzioni (senza più l’articolo 18) sono state il frutto degli sgravi fiscali e che, una volta cessati questi, i posti di lavoro sono diminuiti ed è aumentato il ricorso ai vergognosi voucher.

Perché dico – ovviamente in accordo con la direttrice del Manifesto – che Renzi verrebbe travolto da questo referendum? Perché il tema del lavoro è al centro degli interessi di tutti gli italiani e specialmente dei giovani (ma quale famiglia italiana non ha uno o più giovani da tutelare?) e la mancata soluzione di questo problema tocca tutti nel profondo. In secondo luogo, il tema lavoro non è di difficile comprensione come quello della riforma costituzionale e sarà ben più difficile raccontare la serie infinita di menzogne che ci hanno propinato per mesi. Infine, questa volta Renzi non potrà ricorrere all’arma della fedeltà al partito, perché i giochi interni al PD saranno già stati fatti in sede congressuale.

Pare, leggendo i giornali di oggi, che Renzi abbia pensato di “sacrificare” la sua cancellazione dell’articolo 18 pur di salvare il corpus principale della controriforma del lavoro. Ma gli italiani non sono così stupidi, come hanno dimostrato il 4 dicembre, non credo che si faranno incantare. Poi, essendoci di mezzo la CGIL, alla quale si può muovere qualsiasi tipo di critica e osservazione tranne quella di non avere un’organizzazione capillare ed efficiente, l’informazione in materia sarà capillare e molto dettagliata.

I ministri riciclati hanno paura. Paura di perdere il loro potere, paura di essere travolti dalla furia popolare, paura di essere additati e messi all’indice, paura di essere riconosciuti come quei distruttori dell’Italia che davvero sono. Soprattutto il PD renziano ha paura di perdere il controllo di quei centri di potere che gli hanno consentito di vivere tranquilli per tre anni; centri di potere che, una volta persi, ben difficilmente torneranno nelle loro mani molto presto.

D’altra parte, cosa potevamo aspettarci da un presidente del Consiglio che amava farsi ritrarre in compagnia di personaggi come Marchionne e Briatore, mentre mostrava disagio al cospetto di Maurizio Landini? Non credo che mi si possa accusare di estremismo di sinistra (per quello ci sono state molte altre occasioni e ancor più ce ne saranno in futuro) se affermo che il rispetto per chi lavora deve essere una priorità nell’azione di ogni governo, tema fra l’altro sancito dalla nostra Carta costituzionale nei suoi principi generali (quelli che nemmeno Renzi e i suoi avrebbero avuto il pudore di toccare).

Staremo a vedere cosa dirà la Consulta l’11 gennaio, ma prepariamoci già a una dura lotta per far valere il nostro diritto di voto sui quesiti referendari.

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