La rivoluzione secondo Boschi e Serracchiani

“Tenacia e determinazione la chiave di tutte le conquiste dell’unica rivoluzione vincente del secolo che abbiamo alle spalle: quella delle donne. Una rivoluzione che ha cambiato, che sta continuando a cambiare, che deve continuare a cambiare, la politica e la società”. Inizia così un articolo a firma di Maria Elena Boschi e Debora Serracchiani pubblicato dalla Stampa di Torino il 12 giugno 2016 (disponibile per la lettura integrale sul sito della presidentessa del Friuli Venezia Giulia con il titolo La rivoluzione delle donne). Le due esponenti del PD esultano per la candidatura di Hillary Clinton alla presidenza degli Stati Uniti ed è legittimo ma…

Rivoluzione? Unica rivoluzione vincente? Mi suona strano.

Dato che credo le parole abbiano un significato ben preciso, specie quando vengono scritte in un editoriale pubblicato su un quotidiano prestigioso. Inoltre, usare (o abusare) del termine “rivoluzione” può essere esercizio assai pericoloso, che si presta a strumentalizzazioni. Lasciando da parte i titoli dei giornali, nei quali l’utilizzo di termini ad effetto è giustificato dalla necessità di incuriosire, l’utilizzo della parola “rivoluzione” in un articolo di approfondimento o comunque scritto da persone che ricoprono importanti cariche istituzionali meriterebbe di essere contestualizzato meglio.

Avendo dei dubbi, ho ritenuto opportuno approfondire per verificare se la mia concezione di “rivoluzione” fosse corretta. E l’ho fatto consultando l’Enciclopedia del Novecento della Treccani alla voce corrispondente, scritta da Roger Garaudy1. Ne sintetizzo alcune parti.

Il significato di “rivoluzione” è strettamente collegato a quello di “movimento circolare”: questo è il significato che si ha ad esempio in astronomia. Ma.

Quando tale termine fa la sua comparsa, verso la metà del XVI secolo, nelle discipline storiche, la natura e il senso di questo movimento non sono definiti in modo chiaro: con ‘rivoluzione’ si intende ogni mutamento brusco e rilevante degli ordinamenti morali e sociali […]. Saranno necessari quattro secoli di esperienze ‘rivoluzionarie’ perché il termine assuma finalmente un significato preciso e venga a indicare un movimento storico orientato verso una meta determinata, che si sviluppa a partire da condizioni sociali determinate e che corrisponde a un momento determinato dell’inesauribile processo di creazione dell’uomo da parte dell’uomo stesso.

Garaudy prosegue poi affermando che la rivoluzione non si definisce per i mezzi che impiega: cioè non si definisce per la violenza, né per la rapidità del mutamento storico e neppure viene definita da determinismo storico o volontarismo arbitrario. Una rivoluzione si definisce, invece, dai suoi obiettivi e questo è il punto chiave.

Se la candidatura di Hillary Clinton fosse rivoluzionaria, allora rivoluzionaria sarebbe anche la presidenza di Obama, primo uomo di colore a giungere alla Casa Bianca. L’ho già scritto, di per sé il fatto che una donna possa competere per la presidenza degli Stati Uniti è positivo, ma non basta, bisogna soprattutto vedere che cosa vuole fare. Non è infatti la prima volta che una donna diventa Capo di Stato e neanche la prima volta che ciò accade nella nazione più potente del pianeta in un determinato periodo storico: basti pensare alle regine Elisabetta I e Vittoria, a capo di un Impero britannico al massimo del suo splendore; oppure, in epoche più recenti e in situazioni politiche diverse, a Golda Meir, a Indira Gandhi, a Margaret Thatcher, per citarne solo alcune.

Ma proseguiamo con il ragionamento di Graudy, che si interroga su cosa possa essere una rivoluzione oggi. Ai nostri tempi, vengono messi in discussione – soprattutto dai giovani – i fini stessi della nostra società e il sistema dualista di divisione tra governanti e governati che li impone. La rivoluzione non può quindi essere concepita soltanto come cambiamento dei rapporti idi proprietà e di redistribuzione del potere politico. La rivoluzione, oggi, implica anche un nuovo progetto di civiltà, ovvero la definizione di nuovi fini. Perché si abbia una rivoluzione oggi occorre che vi siano allo stesso tempo un cambiamento delle strutture, un cambiamento delle coscienze e un cambiamento della cultura.

Hillary Clinton non mi sembra rappresenti né un cambiamento delle strutture, visto che è organicamente inserita in una logica capitalista; non si pone il problema del cambiamento sociale perché non prevede l’instaurarsi di modelli di autogestione economica e politica; non mi sembra essere una rivoluzionaria sul piano culturale, perché non propone un nuovo progetto di civiltà.

Parlare quindi di rivoluzione delle donne mi sembra assai improprio. Al più si può parlare di affermazione del diritto delle donne a incidere attivamente nella società, nell’economia e nella politica. Un diritto che si sta affermando lentamente, ma inesorabilmente. Un’evoluzione, quindi, più che una rivoluzione.

La seconda affermazione, quella che la rivoluzione delle donne sia l’unica vincente che abbiamo alle spalle, mi sembra ancora più errata. Come ho cercato di dimostrare, quella delle donne non è una rivoluzione,ma non è neppure l’unica vincente. Provo a farne un elenco, sicuramente non completo, a partire dagli inizi del Novecento.

Il Ventesimo è stato un secolo di grandi trasformazioni sociali, economiche e politiche. Basti pensare alle due guerre mondiali, alle altre guerre fra cui quella del Viet Nam e quella di Corea. In altri ambiti, ci sono stati il Sessantotto e il Concilio Vaticano II. E così via. È vero, alcuni degli eventi sopra citati sono stati “rivoluzioni mancate”, ma in altri casi la rivoluzione è stata portata a termine in maniera vittoriosa: rivoluzione russa, cubana, cinese, guerra di liberazione del Viet Nam, fine del colonialismo, fine dell’apartheid, rivoluzione informatica, Internet, rivoluzione bolivariana in Venezuela, la sinistra al potere in gran parte dell’America latina, la Resistenza italiana, la caduta di molte monarchie, la fine del sistema imperiale degli Stati, ecc.

Vi basta, signore del PD, o devo andare avanti?

Dimenticavo… la rivoluzione, per essere tale è marcatamente progressista. Hillary Clinton non lo è e nemmeno chi affossa i diritti dei lavoratori, cancella la sanità pubblica, elimina il welfare state. Chi fa queste scelte è, sempre per usare una terminologia tecnica, un reazionario. E allora, gentili signore, se vi piace tanto la rivoluzione che cosa ci fate in un governo e in un partito reazionario?

  1. Scrittore, filosofo, attivista e politico francese, secondo Wikipedia.
Updated: 13 giugno 2016 — 22:35

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