C’è poco da stare Hillary

Hillary Clinton ce l’ha fatta ed è la prima donna a guadagnarsi la nomination per le elezioni presidenziali nella storia degli Stati Uniti d’America. E questa è sicuramente una buona notizia, perché non sta scritto da nessuna parte che a fare politica e a governare debbano essere soltanto gli uomini. Qualora vincesse, dovranno sicuramente essere fatti alcuni adattamenti al cerimoniale della Casa Bianca, visto che negli USA la First Lady ha sempre svolto un ruolo importante. E vedremo anche come Bill saprà adattarsi a fare da sponda alla moglie.

Ma questi sono dettagli del tutto marginali, note di contorno. L’aspetto sostanziale è relativo a quali siano i programmi della Clinton in tema di politica estera (perché di quelli in politica interna, francamente, me ne infischio), e qui è legittimo manifestare un po’ di preoccupazione.

Nel corso di questa campagna elettorale, infatti, tre dei quattro candidati, ovvero Cruz e Trump per i repubblicani e Sanders per i democratici, hanno più volte dichiarato che gli Stati Uniti dovranno concentrarsi sui loro problemi interni, specie di tipo economico. Seppure se con finalità differenti e diverse ricette, tutti e tre parlavano chiaramente di un disimpegno degli Stati Uniti dalla Nato.

Trump, l’altro candidato alla presidenza, del quale è difficile condividere alcun altro punto programmatico, ha però più volte affermato che la Nato è obsoleta (vedasi Donald Trump is right about one thing: Nato is obsolete, Independent, 7 aprile 2016). In particolare, Trump rifiuta per gli Stati Uniti il ruolo di “poliziotto del mondo” e sostiene che gli altri paesi membri della Nato debbano contribuire al mantenimento dell’alleanza o lasciarla. Ha anche affermato che, se la Nato si dissolvesse, non sarebbe la cosa peggiore al mondo. Lungi da me concordare del tutto con Trump, ma su un punto ha ragione: se la minaccia è il terrorismo internazionale, la Nato non è lo strumento per affrontarla.

Hillary Clinton ha una visione diversa, molto più tradizionale, del ruolo degli Stati Uniti e, quando era Segretario di Stato nel corso del primo mandato di Barack Obama lo ha dimostrato. Ripetutamente ha dichiarato la sua convinzione che finanziare organizzazioni come Al Quaeda o Daesh non è stato un errore, perché i risultati ottenuti (nel primo caso il dissolvimento dell’Unione Sovietica. Per quanto riguarda l’Isis, v. Maria Melania Barone, L’Isis è stata partorita dagli americani: tutte le prove, You-ng.it, 24 agosto 2014), sebbene vi siano spaventosi effetti collaterali. L’obiettivo dichiarato della politica estera della Clinton è stato, è e presumibilmente sarà limitare l’influenza del Cremlino, quasi una riproposizione della Guerra fredda, con gli eserciti dei paesi Nato a supporto di quello statunitense.

A volte, nei discorsi con gli amici, dico che sarebbe un mio diritto votare per il presidente degli Stati Uniti, viste le implicazioni che la sua politica ha anche sulla mia vita quotidiana. Le scelte fatte a Washington sono fatte nell’interesse, vero o presunto, degli USA, non per il bene dell’umanità, questo non dobbiamo mai dimenticarlo e quello che decide il presidente degli Stati Uniti a volte è vincolante anche per i governi europei e, peggio ancora, le guerre degli americani diventano anche le nostre guerre.

Ovviamente la mia è una boutade, ma la realtà è proprio quella. Chi decide non sta a Roma o Bruxelles o Berlino, ma sta seduto in una stanza ovale dall’altra parte dell’Oceano Atlantico.

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