In memoria di Antonio Gramsci

Il 27 aprile 1937 moriva Antonio Gramsci, vittima del fascismo che lo aveva imprigionato.

Sono passati quindi settantanove anni, ma il pensiero del leader comunista è ancora di estrema attualità e viene studiato praticamente ovunque. Anzi, viene studiato più all’estero che in Italia, dove tendiamo a dimenticare il meglio che la nostra cultura, la nostra storia e i nostri valori sanno offrire.

A partire dal 2013 mi sono occupato di trascrivere e mettere online i Quaderni del Carcere e altri documenti che mano a mano ho rintracciato e inserito sul sito quadernidelcarcere.wordpress.com e ogni volta che vi metto mano o lo visito, anche solo per controllare le statistiche di accesso, ne vado più orgoglioso.

Soprattutto, avendo fatto una trascrizione manuale, posso dire di aver letto i Quaderni con una certa attenzione e, se dico che sono un’opera bellissima, forse ho ragione. Gli spunti che ci possono dare sono pressoché infiniti, specie perché ci danno una chiave di lettura, un metodo di indagine e di ragionamento, di fondamentale importanza per capire il mondo di oggi. Nello sviluppo sociale e politico, nulla accade per caso, e ogni fatto od opinione che avviene è conseguenza di scelte compiute nel passato e di idee che si sono affermate molto anche tempo fa.

Qualche mese fa, in occasione del centoventicinquesimo anniversario della nascita di Gramsci, avevo scritto un piccolo contributo, al quale rimando. Oggi voglio spendere due parole sull’importanza che per Gramsci aveva la cultura.

Quaderni sono, fra molte altre cose, un gigantesco piano editoriale per una serie di pubblicazioni che Gramsci aveva in mente di avviare quando sarebbe uscito dal carcere. Con riviste, enciclopedie, giornali, il “capo della classe operaia italiana” aveva l’intenzione di contribuire – fornendo diversi piani di approfondimento mirati alla diversa preparazione individuale dei lettori – allo sviluppo culturale dei lavoratori, condizione necessaria perché questi acquisissero gli strumenti basilari per potersi auto difendere dagli attacchi della borghesia. In questa sua visione, era chiaro l’intento pedagogico. L'”uomo nuovo” doveva prendere coscienza di ciò che lo riguardava, dotarsi degli strumenti per analizzare il mondo circostante e di conseguenza decidere ciò che era meglio per lui e per chi lo circondava.

Un ruolo fondamentale, di lì a qualche anno, avrebbero assunto i Padri costituenti nell’istituire una scuola pubblica gratuita e accessibile a tutti. Personalmente, sono convinto che questa scelta fu la base iniziale per lo sviluppo anche economico dell’Italia del dopoguerra. Generazioni di individui sempre più colti hanno consentito la realizzazione del miracolo economico e l’approdo del nostro Paese all’interno delle potenze più sviluppate del pianeta.

Oggi, l’assalto liberista a tutto ciò che può avere valore economico sta trasformando la scuola in terreno di conquista. Oltre al danno della perdita di un bene pubblico, si tratta di un cattivo investimento. Una scuola non più accessibile crea un sistema che non può che essere basato sul privilegio di pochi a discapito della maggioranza (per averne un esempio è sufficiente guardare agli Stati Uniti, dove però un minimo di compensazione viene garantito dalle borse di studio per meriti sportivi), fortemente elitista e nel quale i figli subentrano ai padri nelle professioni e nell’appartenenza sociale. I figli degli avvocati faranno gli avvocati, mentre i figli degli operai, se i figli degli imprenditori saranno stati capaci di mantenere in vita l’impresa ereditata, faranno gli operai.

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