Referendum Trivelle, cerchiamo di fare chiarezza

Il 17 aprile andremo alle urne per decidere se le concessioni di estrazione petrolifera e di metano attualmente in opera nelle acque territoriali italiane non dovranno, a scadenza, essere rinnovate, oppure se potranno essere rinnovate fino a esaurimento del sottostante giacimento.

Questo referendum presenta diverse problematiche, alcune a riguardo dei contenuti (che sto cercando di raccogliere in maniera il più analitica possibile, insieme a quelli relativi al referendum confermativo dell’abrogazione del Senato, nella sezione “Campagne” di questo sito), altre di ordine più prettamente politico. Ma credo sia giunto il momento, vista anche la scarsità di tempo a disposizione, di mettere sulla carta alcune riflessioni di ordine generale.

La campagna referendaria si sta presentando di una difficoltà estrema. Si tratta del primo referendum indetto su richiesta delle regioni. Non era mai successo prima e nessuno ha esperienza in materia. I promotori sono degli enti pubblici e, come tali, hanno dei vincoli per la propaganda. Le regioni promotrici hanno scelto dei delegati regionali che le rappresentino nelle sedi opportune, ma questi non potranno più di tanto promuovere le ragioni del “Sì”. Vista la complessità dell’argomento, ci sarebbe invece bisogno che le Regioni potessero spiegare dettagliatamente il perché del loro rifiuto delle trivelle, specie in quelle regioni che finora hanno dimostrato scarso interesse per la materia.

Un secondo problema è quello determinato dai tempi della campagna, che sono brevissimi. Rispetto alle “normali” campagne referendarie, quelle che prevedono la raccolta di firme, lo spazio a disposizione per informare i cittadini è molto ristretto. Trattandosi, come ho già detto, di un argomento piuttosto tecnico e di difficile percezione, le difficoltà aumentano. Volendo azzardare un paragone, la tipologia di quesito assomiglia a quella del primo referendum contro il nucleare (1987, se non ricordo male). Allora si andò a votare per chiudere le centrali, ma il risultato della consultazione fu determinato, più che dalla esatta percezione del problema, che pochi avevano, dall’ondata emotiva scatenata dal disastro di Chernobyl di qualche mese prima. L’esplosione della centrale ucraina aveva fatto toccare con mano quali fossero i pericoli concreti dell’energia nucleare, andando ben al di là di qualsiasi argomentazione scientifica. Lo stesso accade nel 2011 con Fukushima, ma in quel caso si ebbe una consultazione referendaria particolare, data la contemporaneità con i referendum sull’acqua, di forte valenza politica.

Terzo punto: il referendum sul quale andremo a esprimere un parere è quello, se vogliamo, più marginale dei sei inizialmente richiesti dalle regioni. Di sicuro è quello di minor impatto emotivo. Se ho ragione, appare ancora più grave l’errore commesso dalle cinque regioni che hanno presentato il ricorso alla Corte Costituzionale senza ottemperare alle dovute procedure formali.

Quarta riflessione: la fretta, la mancanza di documentazione, se vogliamo l’entusiasmo di alcuni, stanno portando a comunicare messaggi differenti e imprecisi. Leggevo questa mattina su un blog che l’andare a votare per il sì costituirebbe un duro colpo alle multinazionali del petrolio che dovrebbero interrompere le estrazioni nei nostri mari. Vorrei che fosse così, ma purtroppo non lo è. Le aziende che hanno rinunciato a fare domanda di permesso di trivellazione non lo hanno certo fatto per la paura del referendum, bensì perché, agli attuali prezzi del barile di greggio, l’estrazione non è conveniente. A livello mondiale, la quota estratta nei nostri mari è marginale. Inoltre, nel caso di vittoria del sì, chi ha appena avuto una concessione trentennale potrà tranquillamente continuare a trivellare fino al termine del permesso. Semplicemente non potrà farsela rinnovare alla scadenza, anche se ci sarà ancora petrolio o metano da estrarre. Nulla accadrà per le piattaforme petrolifere, le ricerche e le perforazioni al di fuori delle acque territoriali, ovvero oltre le 12 miglia marine dalla costa e nemmeno per quelle a terra. L’aspetto per me più preoccupante in questo caso è la vicenda delle modifiche dei confini fra Italia e Francia, con le aziende che potranno venire a trivellare a un passo dalle nostre coste – trovandosi in acque territoriali francesi – senza che in Italia nessuno possa dire niente.

Ma soprattutto, ambiguità e confusione vengono alimentate dall’ambiguità del PD. Su nove regioni promotrici, sette sono a guida PD (la decima, il Molise, sempre a guida PD, si è tirata indietro all’ultimo ritenendosi soddisfatta delle modifiche inserite in legge di stabilità). Il governatore della Puglia Emiliano sembra essere il più agguerrito oppositore di Matteo Renzi (nella veste di segretario del partito) all’interno della direzione nazionale. Lo stesso Renzi (questa volta nelle vesti di Presidente del Consiglio dei Ministri) sembra attraversare un momento di particolare nervosismo, probabilmente determinato dal fatto di avere dato ai referendum una valenza plebiscitaria nei confronti del suo operato. Dopo avere più volte proclamato che “se perdo, me ne vado”, adesso ha realmente paura di perdere, visto anche lo schieramento vasto che si raccoglie intorno ai quesiti. Una buona ragione in più per andare a votare il 17 aprile e tutte le altre volte che potremo farlo nei prossimi mesi.

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