L’attacco concertato alla Costituzione

Sul Manifesto di oggi, un editoriale di Marco Bersani (“Attacco alla democrazia“) fa il punto sulla situazione del servizio pubblico locale (e uso deliberatamente la forma singolare, anziché la notazione servizi pubblici locali, per rimarcare come il servizio che gli enti locali erogano ai cittadini sia unico e debba essere erogato nella sua completezza, seppure copra diversi ambiti e assuma diverse forme e assetti organizzativi). Il Testo Unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, decreto attuativo della legge Madia n. 124/2015, diffuso in questi giorni, prevede di “ridurre la gestione pubblica dei servizi ai soli casi di stretta necessità” e di “garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati”.

E il referendum del 2011? Quello in cui ventisei milioni di italiani espressero la loro volontà di mantenere in mano pubblica la proprietà dei servizi essenziali? Carta straccia. Così come carta straccia sono le 406.000 firme che il Movimento per l’acqua raccolse nel 2007 intorno alla proposta di legge di iniziativa popolare. Questa legge non venne mai discussa nelle istituzioni e venne lasciata morire per decorrenza dei termini. Ripresentata in questa legislatura da un gruppo di parlamentari (M5S, Sel e alcuni del PD), in diretto accordo con il Forum dei movimenti per l’acqua, è stata portata alle Camere, ma con la sorpresa di emendamenti del PD (votati dagli stessi parlamentari di quel partito proponenti la legge) che abrogano l’articolo che prevede modi e tempi certi per il ritorno alla gestione pubblica in ogni contesto territoriale. In pratica, nulla di fatto, tempo perso.

La volontà dei cittadini, in questo caso, è chiara, non ci sono possibilità di equivoco o diverse interpretazioni. L’acqua e i servizi pubblici non possono passare in mano ai privati. Così si è espresso il popolo sovrano. Ma non se ne tiene minimamente conto; è partita una nuova ondata di privatizzazioni e così deve essere, almeno secondo i nostri decisori politici, che hanno preso questa decisione prima e indipendentemente da quella che è stata la manifestazione di volontà dei cittadini elettori.

Ma qual è la ragione di questo accanimento contro il settore pubblico? A parte ragioni ideologiche non riesco a vederne altre. Tempo addietro, parlando con un importante esponente locale del Partito Democratico, questi fece un’affermazione che mi lasciò sconcertato, oltre che dal punto di vista politico anche da quello logico, e che contestai duramente. A proposito della situazione dell’AMT, l’azienda municipale del trasporto pubblico di Genova, disse che, a fronte del mantenimento dell’attuale livello di servizio, della conservazione dei posti di lavoro e del non aumento del prezzo dei biglietti si sarebbe anche potuto procedere alla sua privatizzazione. A parte che il precedente tentativo di privatizzazione era stato a dir poco fallimentare, tanto che il Comune di Genova dovette riacquistare l’azienda, non vedo come sia possibile, in un’azienda che deve essere sostenuta con trasferimenti di denaro pubblico, garantire ai nuovi proprietari un tasso di profitto senza aumentare, appunto, i trasferimenti, ovvero la quantità di denaro dei contribuenti destinata al pagamento del servizio (e ciò, fino a prova contraria, altro non è se non un aumento – indiretto – della tariffa di servizio, a discapito di altre misure di sostegno che potrebbero essere prese dagli enti locali). Mi venne risposto che il privato avrebbe proceduto a un efficientamento della struttura dirigenziale e che da questa operazione sarebbe scaturito il margine di remunerazione del capitale. Perché, allora, non operare un riassetto organizzativo stante la proprietà pubblica? Per sostituire dirigenti ritenuti incapaci non serve smantellare le aziende.

L’accettazione, anche da parte della cosiddetta sinistra, del pensiero unico in economia ha però radici antiche. Un riepilogo di fatti e protagonisti (negativi) della vicenda si trova nell’articolo “Italia, potenza scomoda: dovevamo morire, ecco come” (dal sito Libre – Associazione di idee). Mi limito a fare un breve riepilogo di alcuni passaggi.

Nel 1981, ministro del Tesoro è Beniamino Andreatta, economista di fede democristiana, e governatore della Banca d’Italia è Carlo Azeglio Ciampi. Andreatta è il padre della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria pubblica italiana, temutissima da Germania e Francia (alcuni nomi possono spiegare meglio questo concetto: Italsider, Ansaldo, Fincantieri, Finmeccanica, IRI) e propone di sganciare la Banca d’Italia dal ministero del Tesoro. Ciampi esegue. La banca centrale non potrà più finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Quando poi – siamo nel 1989 – crolla il muro di Berlino, si complicano ulteriormente i destini dell’Italia. La Germania ha la necessità di finanziare la riunificazione (peraltro affrettata e raffazzonata) e, ricattata dai francesi, si gioca il marco in favore dell’euro a condizione che il nuovo assetto europeo elimini dallo scenario il suo più pericoloso concorrente, ovvero l’Italia. Queste idee sono state espresse da Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente dello Stato e sono al centro dell’articolo appena citato.

Dobbiamo ricordare che quelli erano anni di grande crescita economica per il nostro paese, crescita trainata dalle partecipazioni statali, stante l’asfittico panorama dell’imprenditoria privata italiana. Da questi due fatti ha origine la frana che oggi vede il nostro Paese in profonda crisi, anche di idee.

Lo smantellamento dell’apparato economico statale è proceduto con gradualità, ma inesorabile. Anche qui, senza pretesa di completezza, faccio un breve elenco di aziende che erano leader o comunque aziende di un certo rilievo internazionale (ed erano pubbliche):

  • Telecom Italia: si tratta di un’azienda che all’epoca era all’avanguardia nel mondo delle telecomunicazione, che operava in diversi paesi, in particolare in Sud America e nei Balcani. Qualcuno forse ricorderà come, all’inizio degli anni Novanta, alcune città italiane erano piene di tubi blu che spuntavano in ogni dove. Era l’infrastruttura che avrebbe dovuto contenere i cavi in fibra ottica. L’Italia sarebbe stato il primo Paese europeo a cablarsi in banda larga. Poi ci fu la privatizzazione e il progetto (Socrates, mi sembra si chiamasse) venne accantonato. Telecom venne usata come Bancomat da parte di chi l’aveva scalata e l’Italia, oggi, è agli ultimi posti per qualità dei servizi telefonici.
  • Alitalia: pur con tutti i suoi limiti, la nostra compagnia di bandiera era ai massimi livelli per la sicurezza. Poi vennero fatti degli errori strategici (o furono fatti deliberatamente? Verrebbe quasi da pensarlo): mentre tutte le altre compagnie del mondo puntavano sui voli a lunghissima percorrenza, anche perché si stava affermando l’alta velocità ferroviaria, Alitalia puntò sul breve e medio raggio. I risultati li abbiamo visti e non è il caso di rammentarli.
  • Marconi: lo dice lo stesso nome. L’azienda venne fondata da Guglielmo Marconi ed era uno dei bacini di raccolta della creatività tecnologica italiana. Adesso l’azienda non esiste più ed è stata inglobata nel gruppo Selex.
  • Olivetti: quando ai suoi vertici c’era Adriano Olivetti, l’azienda era una fucina di talenti (un esempio? Luciano Gallino, che giovanissimo venne messo a dirigerne il centro studi pur non essendo nemmeno laureato) ed era l’unica impresa, anche durante la gestione pubblica, a far paura a un colosso mondiale come IBM. Poi passò in mano privata e, a partire da De Benedetti, venne smembrata, ridimensionata, fino al punto di non esistere praticamente più. Grazie a questa poco lungimirante decisione, l’Italia ha perso il treno della rivoluzione informatica.

Ecc. ecc. ecc.

Oggi, dopo questa devastazione, l’assalto ai beni pubblici prosegue con una violenza accresciuta. Perché adesso non si tratta più soltanto di attaccare pezzi dello Stato, adesso si tratta proprio di smantellarlo. Le operazioni che il nostro governo sta facendo sono quelle di eliminare tutti i vincoli costituzionali, unico freno che rimane al saccheggio da parte del libero mercato. La frenesia riformatrice non vuole ostacoli. Hanno invaso la giurisdizione degli enti locali, hanno bellamente ignorato articoli su articoli della Carta costituzionale, ben sapendo che l’unico freno a questa operazione avrebbe potuto essere l’indizione di un referendum. Ma qual è il modo migliore per spuntare l’arma del ricorso alla volontà popolare? Far sì che di referendum ce ne siano molti, in modo da creare confusione e prendere gli elettori per stanchezza, facendoli andare a votare molte volte nel corso dello stesso anno, dilatare i tempi e procrastinare le decisioni. E questa tattica sta funzionando perché anche un giornalista di calibro e attento come Marco Travaglio, nella petizione su Change.org, è caduto nella trappola della confusione. Il referendum sull’abolizione del Senato è un referendum confermativo e non abrogativo e, perciò, non richiede la raccolta di 500.000 firme – come erroneamente indicato dal direttore del Fatto Quotidiano – e nemmeno il raggiungimento del quorum.

Viste le ripetute dimostrazioni di inefficacia del liberismo economico e la devastazione sociale cui queste scelte hanno portato, è necessario che le battaglie referendarie vengano condotte con tutte le forze disponibili. A un attacco ideologico si risponde con la difesa dei principi sanciti dalla Costituzione e dalle leggi che a questa si sono ispirate. Al tentativo di premierato forte si deve controbattere con la difesa a oltranza delle prerogative del sistema democratico, con la centralità del Parlamento, ruolo di confronto e, perché no?, conflitto di idee.

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