Appunti per la strategia referendaria

Anche a Genova stiamo finalmente iniziando a lavorare per la costituzione di un comitato per organizzare la campagna a sostegno del “NO” al referendum confermativo dell’abolizione del Senato, che si dovrebbe svolgere a ottobre.

Già nel corso dei primi incontri che abbiamo fatto, è evidente che la grande sfida sarà quella della comunicazione. La maggioranza dei media guarda con un certo favore a questo tipo di riforme. E possiamo pronosticare fin da subito che uno dei cavalli di battaglia dei comitati a sostegno della conferma della legge di riforma del Senato sarà quello della riduzione dei costi della politica, Sappiamo, inoltre, come le televisioni tendano a semplificare i contenuti di un messaggio politico e ad avvalersi di slogan di facile comprensione e forte impatto.

Il tema dei costi della politica è entrato a far parte del senso comune anche a causa dei comportamenti equivoci di troppi rappresentanti istituzionali, che ne hanno svilito la funzione, dei troppi sprechi di risorse pubbliche, di una macchina dello Stato farraginosa e distante dai bisogni reali delle persone, ecc., ecc. Tutte considerazioni giuste che evidenziano problematiche alle quali bisognerà porre rimedio a partire da subito. Ma, come sempre accade a proposito di queste argomentazioni, bisogna valutare quali siano le implicazioni connesse a una eventuale riforma del sistema.

Cominciamo quindi col dire che l’abolizione del Senato non significa affatto portare a zero i costi di questa istituzione. Oltre allo stipendio dei senatori, che rappresenta la parte più evidente e che è quella che verrebbe abbattuta, ci sono i costi di tutta la struttura, quindi del personale che ci lavora e che dovrebbe essere ricollocato a pari condizioni (e quindi non inciderebbe sul complesso dei costi), della manutenzione del palazzo, della stampa e archiviazione dei documenti, ecc. (non voglio farla lunga né scrivere un trattato di contabilità pubblica).

Il combinato disposto dell’abolizione del Senato come Camera alta e dell’approvazione della legge sulla riforma del sistema elettorale (il cosiddetto Italicum) comporta uno snaturamento profondo dell’assetto istituzionale della Repubblica italiana, che da parlamentare diverrebbe presidenziale, ma senza i correttivi che le repubbliche presidenziali hanno per mitigare i poteri del capo dello Stato). Si verrebbe a creare una situazione di “uomo solo al comando”, di per se stessa preoccupante, ma tragica in una situazione come quella attuale che vede uno scarsissimo livello di preparazione dei cosiddetti politici e una loro totale sottomissione allo strapotere dei poteri forti dell’economia.

Purtroppo in Rete iniziano a circolare appelli – anche promossi da personaggi noti – estremamente disarticolati e che denotano scarsa conoscenza dei meccanismi tipici di un referendum confermativo, che non prevede, com’è o meglio dovrebbe essere noto, il raggiungimento del quorum dei votanti. Lasciamo perdere, ma interveniamo da subito per evitare questa confusione che non può che penalizzare lo sforzo di chi si batterà per il NO.

Se, come penso, la comunicazione istituzionale a favore del SI punterà sulla facile opzione della riduzione dei costi della politica, è su questo terreno che dovremo confrontarci; cosa che, fra l’altro, non siamo riusciti a fare – per una serie di ragioni che non sto qui a elencare – quando si parlava di abolizione del contributo ai partiti (almeno da parte di chi era contrario a questo provvedimento).

E allora, proviamo a fare due conti.

L’abolizione del Senato comporta, come ho cercato di argomentare, una riduzione della democrazia nel nostro Paese a fronte di una riduzione dei costi delle istituzioni determinata da 315 stipendi in meno che si devono mensilmente pagare. Vediamo quindi di quali ordini di grandezza stiamo parlando.

Secondo Il Fatto Quotidiano, in un provocatorio articolo intitolato “Stipendi politica, ogni parlamentare guadagna 80mila euro l’anno esentasse“, un singolo senatore costa alla comunità 434.000 euro all’anno. Si tratta di una cifra indubbiamente rilevante e che sicuramente andrebbe di molto ridimensionata (anche perché poco meno di quella cifra viene erogata annualmente per ogni singolo deputato e, in percentuale, a cascata, a ogni consigliere regionale), ma quanto incide realmente sui costi che ogni singolo cittadino deve sostenere per mantenere in funzione la macchina democratica?

Dato che parliamo di 434.000 euro all’anno per ogni singolo senatore, il costo annuo dei senatori (dei senatori, si badi bene, non del Senato!) è dato da quella cifra moltiplicata per il numero dei senatori, ovvero 315. Ma arrotondiamo per eccesso, nel caso al Fatto Quotidiano fosse sfuggito qualche dato e portiamo il costo di ogni singolo senatore a 500.000 euro all’anno. In totale, la spesa annuale per i senatori è di 157 milioni e mezzo. Una cifra ragguardevole e sicuramente spesa male, dato il livello di una parte consistente dei nostri rappresentanti alla Camera alta.

Se pero dividiamo questa cifra per il numero degli italiani, circa 60 milioni, veniamo a scoprire che il costo medio annuo dei senatori, per ognuno di noi (neonati inclusi) è di 2,625 euro all’anno. Anche un questo caso arrotondiamo per eccesso e diciamo 3 euro tondi tondi all’anno? Fanno 25 centesimi al mese per ognuno di noi. Una cifra alla quale io sono ben disposto a rinunciare per salvaguardare il mio diritto di essere governato in maniera meno arbitraria possibile.

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