Ferisce più la penna che la spada

L’esecuzione (non trovo altri termini per definirla) di Giulio Regeni in Egitto rappresenta l’ennesima conferma di questa profonda e antica verità.

Giulio non era un professionista della carta stampata (come ricorda Luciana Castellina nel suo editoriale I nostri «inviati» speciali nel mondo) ma un ragazzo normale, uno studente che faceva analisi sul campo e che deve essersi imbattuto in qualche verità scomoda per qualche potente locale. Che quindi ha deciso di farlo fuori, sapendo di avere campo libero e totale impunità. Evidentemente, la sua penna aveva colpito, o stava per colpire, nel segno.

Naturalmente, è immediatamente partito il depistaggio. Si è parlato prima di un incidente automobilistico, poi di un delitto comune, ma i segni sul corpo della vittima sono inequivocabili, come confermano i risultati dell’autopsia: Giulio Regeni è stato picchiato a morte e il colpo fatale è stato portato alla testa causando la frattura di una vertebra cervicale. Le torture che sono state inflitte al ricercatore italiano – bruciature di sigaretta, piccole lacerazioni inflitte con un coltello e percosse – ricordano quelle subite non solo dai partigiani, ma anche dai semplici cittadini che erano stati catturati e condotti – per interrogatorio – alla presenza degli sgherri della Muti o di fronte al prefetto Spiotta; oppure le macellerie sudamericane degli anni Settanta e Ottanta; o molti altri esempi ancora.

L’Italia dovrebbe dare una risposta esemplare, ad esempio troncando i rapporti diplomatici con l’Egitto fino a che non si arrivi a un completo chiarimento della vicenda, con la denuncia e la condanna dei colpevoli, chiunque essi siano. Poiché però ci sono in ballo alcuni miliardi di euro, è probabile che tutto finisca a tarallucci e vino, per il sovrano interesse nazionale che bisogna difendere a tutti i costi (e se in questa frase leggete dell’amara ironia, sappiate che è voluta).

Qualche giorno fa, Il Manifesto (il giornale al quale Giulio Regeni faceva riferimento per le sue corrispondenze) lo presentava come un “gramsciano appassionato dei movimenti operai”. E forse qui sta la ragione profonda del suo omicidio. Per Gramsci “dire la verità, arrivare insieme alla verità, è compiere azione comunista e rivoluzionaria” e chi si rifà all’esempio del grande pensatore comunista, capo della classe operaia italiana, come lo definiva Togliatti, non può astenersi dal professarla, ed essere rivoluzionario a partire dal proprio modo di pensare e comportarsi. In questo mondo costruito sulle menzogne, sui travisamenti della realtà, sull’egoismo e sulla competizione spietata, chi dice la verità si assume dei rischi e Giulio Regeni ne era consapevole, tanto che aveva chiesto, per proteggere se stesso e le proprie fonti, di pubblicare i suoi reportage sotto pseudonimo. Una piccola precauzione, che però non è bastata.

Noi, ora, attendiamo risposte, in primo luogo dal nostro governo, perché è facile fare la voce grossa quando sai che puoi farlo impunemente, mentre è un po’ più difficile farlo quando sai che le conseguenze possono arrivare ed essere molto pesanti e dolorosissime.

Da parte nostra, come europei, ci sono però pesanti responsabilità che non vanno sottaciute. Seguendo pedissequamente la strategia americana di esportare la democrazia (bell’eufemismo per significare l’apertura di nuovi mercati allo sfruttamento selvaggio delle risorse fisiche e umane) siamo andati a toccare fragilissimi equilibri. La democrazia non è qualcosa che si può esportare, nemmeno nella sua forma più superficiale rappresentata dalla semplice instaurazione di un sistema elettorale. È qualcosa di molto più complesso che si sviluppa con il tempo, a partire da un mutato approccio nei confronti della politica e della società. In un sistema democratico maturo le forze progressiste e reazionarie si scontrano in luoghi e con procedure ben precise. Negli altri casi si scontrano a viso aperto. Abbattere Gheffafi, Saddam Hussein, cercare di fare lo stesso con Assad, sostenere e poi abbandonare le primavere arabe è stato ed è esercizio assai pericoloso e quelle che vediamo quotidianamente ne sono le dirette conseguenze.

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